Il 23 settembre 1985, verso le venti e trenta, un ragazzo di ventisei anni fu ucciso sotto casa sua, in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere dell'Arenella, mentre era ancora seduto nella sua Citroën Méhari verde. Gli assassini, a volto scoperto, gli spararono dieci colpi alla testa con due pistole Beretta calibro 7,65, e scapparono in moto.
Si chiamava Giancarlo Siani, scriveva per Il Mattino, e non era ancora un giornalista: era un corrispondente che sognava di ottenere il contratto da praticante per poter, un giorno, sostenere l'esame da professionista. Quel tesserino gli fu dato solo il giorno del trentacinquesimo anniversario della sua morte, consegnato ai familiari dall'Ordine dei giornalisti come riconoscimento ad honorem.
Il 10 giugno 1985 Siani firmò un pezzo sulla cattura del boss di Torre Annunziata Valentino Gionta. Il fatto che raccontò era scomodo per chi allora sembrava vincente: l'arresto era stato possibile grazie a una soffiata dei Nuvoletta, storici alleati di Gionta, che lo avevano tradito in cambio di una tregua con i rivali Casalesi.
Non era un'inchiesta clamorosa nei toni. Era cronaca precisa, il tipo di lavoro che a Napoli, in quegli anni, si faceva raccontando le guerre di camorra con lo stesso metodo con cui si racconta una seduta di consiglio comunale — nomi, fatti, alleanze verificate. Fu esattamente questa precisione a renderlo pericoloso.
Le indagini richiesero anni e passarono attraverso le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Salvatore Migliorino e Ferdinando Cataldo, che portarono agli inquirenti fino ai Nuvoletta. Il 15 aprile 1997 la Corte d'Assise di Napoli condannò all'ergastolo i mandanti — Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante, mentre Lorenzo Nuvoletta scampò alla condanna perché morto prima della sentenza — e gli esecutori materiali, Ciro Cappuccio e Armando Del Core.
Su Valentino Gionta, indicato nella stessa sentenza come mandante, il percorso giudiziario fu più tortuoso: condannato in appello nel 2003, fu infine scagionato in via definitiva dalla Cassazione per non aver commesso il fatto. Questo va detto con la stessa chiarezza dei fatti sopra: un'accusa caduta in giudizio definitivo non è una colpa provata, ed è corretto riportarla come tale.
Un libro-inchiesta del 2014 ha sollevato dubbi su altri possibili mandanti ed esecutori. La Procura di Napoli ha riaperto il fascicolo e lo ha archiviato per mancanza di riscontri. Anche questo va detto: un'ipotesi indagata e non confermata resta un'ipotesi, non un fatto alternativo da mettere sullo stesso piano della sentenza definitiva.
Siani lavorava nella redazione staccata di Castellammare di Stabia, l'avamposto del giornale sulla costa dove si seguivano le vicende dei clan che allora si combattevano per il controllo del territorio a sud di Napoli — gli stessi anni e gli stessi luoghi raccontati, sul lato della cronaca giudiziaria più recente, in Gomorra: dal libro allo schermo.
Era cresciuto al Vomero, studiava sociologia alla Federico II, aveva fatto il liceo classico al Vico. Non era un investigatore né un eroe di romanzo: era un ragazzo della media borghesia napoletana che aveva scelto di raccontare con precisione quello che altri preferivano non nominare, e lo ha pagato con la vita a ventisei anni, prima ancora di avere in tasca il documento che lo dichiarasse giornalista.
Napoli gli ha dedicato intitolazioni e un murale in città. Ma il modo più utile di ricordarlo, forse, è ricordare la ragione per cui fu ucciso: non un'inchiesta spettacolare, ma un articolo fatto bene.