Patrimonio UNESCO. San Gregorio Armeno, decumani, basiliche e botteghe del presepe.
Qui la pizza è nata, e qui si continua a discutere di chi la faccia meglio con la stessa serietà con cui altrove si discute di politica. Nel centro storico ci sono insegne che hanno più di un secolo, forni che lavorano dalle undici del mattino, e file che si formano prima dell'apertura.
C'è anche molto turismo, e questo ha portato aperture opportuniste. Distinguere si può, e non serve una guida.
Il forno a legna acceso e visibile. Il menu corto — una pizzeria napoletana seria fa poche pizze, non trenta. La gente del posto in coda.
E il cornicione: alto, gonfio, con le bolle bruciate. Se è basso e uniforme, non è napoletana.
La verace tradizionale, cotta in sessanta-novanta secondi a temperatura altissima, base sottile, cornicione pronunciato, margherita e marinara come metro di giudizio.
E la pizza contemporanea, con impasti a lunga maturazione, farine diverse e condimenti ricercati. A Napoli convivono e litigano, il che è già un motivo per provarle entrambe.
Non dimenticarla. È il piatto che racconta il dopoguerra della città, si mangia camminando e costa pochi euro.
Una margherita sta ancora spesso sotto i sei euro. Con bibita e coperto si esce sotto i dieci. È una delle poche cose in Italia che non è aumentata quanto ci si aspetterebbe.
Le pizzerie storiche aprono a pranzo e chiudono presto la sera, alcune sono chiuse la domenica. Le file peggiori sono tra le 20 e le 21: vacci alle 19.30 o dopo le 22.
L'elenco nasce dalle mappe aperte di OpenStreetMap e dai dati che vi sono stati inseriti da chi conosce queste strade. Non è completo e non pretende di esserlo: verifica sempre orari e apertura prima di metterti in cammino.