Su piazza San Domenico Maggiore, tra le chiese e la guglia, c'è una facciata che non somiglia alle altre: marmi policromi, colonne, e quattro busti che ti guardano dall'alto. Non sono santi né allegorie: sono re di Spagna. Una famiglia napoletana li mise lì per dire con chi stava, e ci sono ancora.
Rifacimento seicentesco di un edificio precedente, voluto dalla famiglia Firrao, principi di Sant'Agata, di origine calabrese.
La facciata, in marmi commessi e stucchi, è uno degli esempi più vistosi di barocco civile napoletano applicato a un fronte urbano.
Raffigurano sovrani della casa reale spagnola. La loro presenza su un palazzo privato è un atto politico: nella Napoli vicereale, dichiarare pubblicamente la propria fedeltà alla corona spagnola era un investimento sociale.
È un dettaglio che vale più di molti trattati sulla società napoletana del Seicento: il potere si esibiva sulla strada, e la strada era il luogo dove si negoziava il rango.
Le decorazioni marmoree del portale, i quattro busti nella parte alta e gli stemmi. Il contrasto con la sobrietà delle chiese circostanti è voluto.
Piazza San Domenico Maggiore è uno dei luoghi più stratificati del centro: la basilica dove insegnò Tommaso d'Aquino e fu processato Giordano Bruno, la guglia settecentesca, e a cinquanta metri la Cappella Sansevero.
È anche una delle piazze più vive la sera, con locali e tavolini.
Piazza San Domenico Maggiore. La facciata si guarda dalla piazza, gratis, a qualsiasi ora — ed è illuminata di sera.