Una parete curva alta quattro piani, rivestita a fasce di marmo bianco e grigio-nero, senza una colonna, senza un fregio, senza niente che assomigli a quello che c'è intorno. Il Palazzo delle Poste non chiede il permesso: si prende la piazza e ti dice che il secolo è cambiato.
Costruito tra il 1933 e il 1936 su progetto di Giuseppe Vaccaro e Gino Franzi, vincitori di un concorso nazionale. È considerato uno dei più importanti edifici del razionalismo italiano.
La grande facciata curva, il rivestimento in lastre di marmo, gli interni con scale e vetrate: tutto rifiuta esplicitamente il linguaggio storicista.
L'edificio nacque dentro un'operazione urbanistica più ampia: il Rione Carità, cioè lo sventramento e la ricostruzione di una porzione del centro antico per farne il quartiere degli uffici e delle banche.
Fu una scelta pesante. Furono demoliti isolati storici, chiese e strade di impianto medievale, e la popolazione residente fu trasferita. È un pezzo di storia urbana su cui il giudizio resta diviso, e vale la pena conoscerlo prima di ammirare la facciata.
La curva e il gioco delle fasce di marmo. L'interno, con il salone del pubblico, le scale e la luce che scende dall'alto: si entra liberamente negli orari di apertura degli uffici postali.
È uno dei pochi edifici monumentali italiani del Novecento che si può visitare semplicemente entrando a fare una raccomandata.
Piazza Matteotti, a pochi minuti da via Toledo e dalla stazione della metropolitana di Toledo.
Attorno, il resto del Rione Carità: palazzi degli anni Trenta, sedi bancarie, e il contrasto continuo con i vicoli antichi che cominciano a cinquanta metri.