Piazza Sette Settembre porta la data nel nome, e il motivo sta sopra le teste di chi la attraversa: un balcone con la ringhiera in ferro, a un primo piano qualunque. Da lì, in un pomeriggio del 1860, qualcuno lesse ad alta voce un foglio che cambiava di colpo la storia di questa città.
Progettato da Luigi Vanvitelli e realizzato dal figlio Carlo tra il 1755 e il 1778 per il principe Marcantonio Doria d'Angri. È uno degli esempi migliori di architettura neoclassica napoletana, con la facciata curva che segue l'andamento della piazza.
L'interno conserva scaloni, saloni affrescati e stucchi settecenteschi.
Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli in treno, quasi senza scorta, mentre l'esercito borbonico era ancora schierato attorno alla città. Non ci fu battaglia.
Dal balcone di questo palazzo fu proclamata l'annessione al Regno di Sardegna. Garibaldi vi soggiornò nei giorni successivi.
La piazza, che prima si chiamava largo dello Spirito Santo, prese il nome dalla data.
L'unificazione italiana a Napoli è un tema su cui si discute ancora, e le due letture opposte — liberazione o annessione — hanno entrambe una letteratura seria alle spalle.
Quello che è documentato: il Regno delle Due Sicilie era il più popoloso degli stati preunitari, aveva la prima ferrovia italiana e una notevole industria, e nei decenni successivi all'unità il Mezzogiorno conobbe un massiccio fenomeno migratorio e un divario economico crescente con il Nord. Le cause di quel divario sono oggetto di dibattito storiografico, non di verità stabilite.
Il palazzo è proprietà privata e ospita uffici e residenze. Gli interni si visitano solo in occasioni straordinarie.
Il balcone si guarda dalla piazza, gratuitamente, in qualsiasi momento.
Piazza Sette Settembre, su via Toledo, a metà strada tra piazza Dante e piazza del Plebiscito. È uno dei punti più attraversati della città, e quasi nessuno alza lo sguardo.