Undici anni. Tanto è durata la stagione di Renato Carosone, e in quegli undici anni ha insegnato a un paese intero che si poteva ridere di sé stessi con eleganza. Poi, all'apice, quando l'America lo applaudiva alla Carnegie Hall, ha chiuso il pianoforte ed è andato via — perché aveva capito, prima di tutti, che certe magie durano solo finché non si ripetono.
Prima del successo, Carosone passa sette anni in Africa orientale: si trasferisce nel 1937 in quella che era allora l'Africa Orientale Italiana, lavora come pianista e direttore d'orchestra, e lì entra in contatto con repertori e ritmi lontanissimi dalla tradizione napoletana. Torna in Italia nel 1946.
Quel bagaglio spiega molto di ciò che farà dopo: Carosone non innesta il jazz sulla canzone napoletana per moda, ma perché ha suonato per anni musica da ballo internazionale.
Nel 1949 forma a Napoli un trio con il chitarrista olandese Peter Van Wood e il batterista Gegè Di Giacomo, che diventerà il suo marchio di fabbrica con le esclamazioni parlate dentro i brani. Il gruppo si allarga poi a complesso.
La formula è riconoscibile: pianoforte swing, sezione ritmica serrata, testi in napoletano o in italiano storpiato, e soprattutto ironia. Carosone non fa la parodia dell'America — fa la parodia dell'italiano che imita l'America.
Il brano del 1956, scritto con Nicola Salerno (Nisa), è la sintesi perfetta di quell'idea: un ragazzo napoletano che beve whisky and soda, balla il rock'n'roll, gioca a baseball — ma i soldi glieli manda ancora papà. È satira sociale sul dopoguerra italiano, sull'americanizzazione dei costumi, travestita da canzone ballabile.
Il pezzo ha avuto una seconda vita internazionale straordinaria: usato nel film «Il talento di Mr. Ripley» (1999), campionato e reinterpretato innumerevoli volte, è tornato in classifica in tutto il mondo decenni dopo.
Altri titoli dello stesso periodo: «'O sarracino», «Torero» (che nel 1958 entra nelle classifiche statunitensi), «Caravan Petrol», «Pigliate 'na pastiglia».
Nel 1960, al culmine del successo internazionale — dopo aver suonato alla Carnegie Hall di New York — Carosone scioglie il complesso e si ritira. Ha quarant'anni. Tornerà a esibirsi solo negli anni Settanta, in modo discontinuo.
È una decisione che ha alimentato molte interpretazioni; lui stesso la spiegò come la volontà di smettere prima di ripetersi.
Carosone dimostra una cosa che la canzone napoletana classica, con la sua vocazione melodrammatica, non aveva mai fatto: che si poteva essere napoletani, moderni e divertenti contemporaneamente. Che il dialetto poteva servire all'ironia e non solo alla nostalgia.
Senza quel precedente sarebbe difficile spiegare non solo Pino Daniele, ma buona parte della canzone italiana d'autore ironica degli anni successivi.