In una fabbrica abbandonata, all'inizio degli anni Novanta, qualcuno accese un impianto e cominciò a rappare in napoletano. Non era una moda importata: era la scoperta che questa lingua, con le sue vocali strette e le sue elisioni, sul ritmo funziona meglio dell'italiano. Da quella scoperta è nata una scena che trent'anni dopo è ancora tra le più vive del paese.
La scena nasce nei centri sociali occupati, in particolare l'Officina 99, aperta nel 1991 in una fabbrica dismessa. È lì che si formano i gruppi che daranno identità al rap napoletano.
99 Posse debuttano nel 1993 con «Curre curre guagliò», che mescola rap, dub e ragga con testi apertamente politici in napoletano. Il brano «Salvamm' 'o munno» e la collaborazione con Almamegretta li portano fuori dal circuito underground.
Almamegretta, con la voce di Raiz, lavorano su un terreno ancora diverso: dub, elettronica e melodie mediterranee. «Figli di Annibale» (1993) costruisce un discorso sull'identità meridionale e le sue radici africane che era, per l'epoca, del tutto inedito nella musica italiana.
Bisca, Co'Sang più tardi, e la lunga attività di Speaker Cenzou, considerato uno dei primi rapper italiani in assoluto, completano il quadro delle origini.
La scelta del napoletano non è nostalgica: nel rap serve una lingua che regga il ritmo e la densità sillabica, e il napoletano — con le sue vocali chiuse, le elisioni, la forte accentuazione — funziona tecnicamente molto bene. Inoltre permette una precisione lessicale che l'italiano standard non dà quando si parla di un quartiere specifico.
Nei primi anni Duemila i Co'Sang (Luchè e Ntò), da Marianella, portano il rap napoletano su un registro più crudo e narrativo, con «Chi more pe' me» (2005). È il disco che fa da ponte tra la scena politica degli anni Novanta e quella successiva.
Luchè proseguirà poi da solista con un percorso di grande successo nazionale, contribuendo a rendere il rap napoletano parte del mainstream italiano.
Napoli resta oggi una delle città italiane più prolifiche per rap, trap e urban, con una densità di artisti e produttori notevole e un rapporto continuo con la tradizione melodica — tanto che la distinzione tra «neomelodico» e «urban» è ormai spesso sfumata, con collaborazioni frequenti tra i due mondi.
Liberato, progetto anonimo attivo dal 2017 che mescola R&B, elettronica e canzone napoletana, è forse il caso più discusso e più riuscito di questa contaminazione: identità mai rivelata, video curatissimi, e un immaginario cittadino costruito con grande consapevolezza estetica.
Guardando l'insieme, dalla canzone classica al Napoli Power al rap, emerge una costante: Napoli assorbe forme musicali esterne e le restituisce in napoletano, senza chiedere permesso. È successo con lo swing di Carosone, con il blues di Pino Daniele, con il dub degli Almamegretta e con il rap. È probabilmente questa la ragione per cui la musica di questa città non è mai diventata un pezzo da museo.