Napoli, fine anni Settanta: una città stanca, ferita dal colera e presto dal terremoto, con il porto pieno di navi americane e i vicoli pieni di ragazzi senza lavoro. Da quelle stesse strade esce un suono che nessuno si aspettava — un blues che sapeva di mare, cantato in una lingua che il jazz non aveva mai incontrato. Fu allora che il napoletano smise di essere nostalgia e diventò presente.
La Napoli di quegli anni è una città in crisi: disoccupazione altissima, il colera del 1973, il terremoto del 1980. Ma è anche una città portuale, dove per decenni la presenza della base NATO ha significato dischi americani, radio militari e musicisti che suonavano nei locali per i soldati.
Quella esposizione diretta al soul, al jazz e al rhythm and blues è la materia prima della scena.
James Senese, figlio di una napoletana e di un soldato afroamericano, è la figura che più incarna quell'incrocio. Sassofonista, voce ruvidissima, fonda nel 1975 i Napoli Centrale: jazz-rock con testi in napoletano stretto su disoccupazione, emigrazione, condizione operaia. «Campagna» è il brano manifesto.
Con lui Franco Del Prete alla batteria. La band è politica senza essere didascalica, e tecnicamente di livello altissimo.
Pino Daniele (1955-2015) esordisce nel 1977 con «Terra mia». Nel 1979 «Nero a metà» — titolo che è anche un omaggio a Senese — diventa il disco che definisce il genere: blues, jazz, tarantella, testi in un napoletano moderno e urbano, e una chitarra riconoscibile dalla prima nota.
Il suo lessico stesso è un manifesto: «tammurriata» e blues nello stesso pezzo, il termine «neró a metà» a dire una identità doppia. Brani come «Napule è», «Je so' pazzo», «Quanno chiove», «A me me piace 'o blues» sono entrati nel patrimonio comune ben oltre Napoli.
Nel 1981 il concerto in piazza del Plebiscito con Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e Joe Amoruso raduna secondo le cronache dell'epoca oltre duecentomila persone: è il momento simbolico della scena.
Tullio De Piscopo, batterista di livello internazionale, ha suonato con Astor Piazzolla e Gerry Mulligan. Tony Esposito ha portato le percussioni etniche nel pop italiano con «Kalimba de Luna». Enzo Avitabile, sassofonista e cantautore, ha proseguito la ricerca innestando musica mediterranea, africana e sacra sulla tradizione napoletana — il documentario di Jonathan Demme «Enzo Avitabile Music Life» (2012) lo ha fatto conoscere a livello internazionale.
Edoardo Bennato, di formazione diversa, ha portato negli stessi anni il rock e la satira dentro la canzone italiana.
Il Napoli Power ha dimostrato che il napoletano poteva essere una lingua musicale contemporanea, non un vezzo folcloristico. Senza quella dimostrazione sarebbe difficile spiegare la scena napoletana attuale — dalla musica d'autore al rap, che a Napoli ha una delle scene più forti d'Italia — e il fatto che oggi cantare in dialetto sia una scelta artistica normale e non una nicchia.
Chi vuole capire davvero la città farebbe bene ad ascoltare «Nero a metà» prima di arrivare: spiega Napoli meglio di molte guide.