C'è una musica che a Napoli si sente dappertutto e che quasi non esiste per il resto d'Italia: esce dalle radio dei taxi, dalle finestre aperte, dagli altoparlanti alle feste di quartiere. Non passa dalle radio nazionali, non la recensisce nessuno, e conta decine di milioni di ascolti. È la colonna sonora di una città che si è scritta la propria da sola, senza chiedere permesso.
Nasce negli anni Ottanta come evoluzione della canzone melodica e della sceneggiata, con l'innesto di arrangiamenti elettronici, tastiere e drum machine. I testi sono in napoletano, i temi amorosi e familiari, la voce è tesa e ornamentata, con melismi che ricordano tanto la tradizione classica quanto certa musica mediterranea.
Nino D'Angelo negli anni Ottanta è il primo a sfondare su scala nazionale con questa formula, prima di prendere una direzione autoriale diversa. Gigi D'Alessio è il caso di maggior successo commerciale, con una carriera che dagli anni Novanta esce dal circuito locale e arriva ai palasport e alla televisione generalista.
L'aspetto più interessante non è musicale ma economico. Il neomelodico ha costruito un sistema di distribuzione completamente autonomo: feste private, matrimoni, comunioni, emittenti televisive locali, negozi di quartiere, e negli ultimi quindici anni YouTube — dove alcuni brani superano decine di milioni di visualizzazioni senza alcun passaggio radiofonico nazionale.
È un mercato che ha funzionato per decenni senza case discografiche maggiori, senza radio nazionali e senza critica musicale. E che ha continuato a crescere.
Il genere è oggetto di un dibattito pubblico ricorrente e spesso aspro. Le critiche riguardano principalmente tre punti: la qualità musicale, ritenuta da molti standardizzata; alcuni testi che sono stati accusati di rappresentare in modo indulgente ambienti criminali o situazioni come la detenzione; e casi giudiziari che nel corso degli anni hanno coinvolto singoli artisti o organizzatori di eventi.
Vanno però tenute distinte due cose che nel dibattito pubblico vengono spesso confuse: le vicende giudiziarie di singole persone, che sono fatti individuali, e il genere musicale nel suo complesso, che comprende centinaia di artisti la cui produzione è di argomento sentimentale e familiare.
Diversi studiosi di sociologia della cultura hanno letto il neomelodico come una forma di espressione di quartieri storicamente esclusi dai circuiti culturali ufficiali: una musica fatta in casa, distribuita in casa, per un pubblico che non si riconosceva nell'offerta nazionale. Da questo punto di vista è meno un genere musicale che un fenomeno di autorappresentazione.
Negli ultimi anni parte della scena si è evoluta: contaminazioni con trap e urban, produzioni tecnicamente più curate, e artisti che dialogano con la scena nazionale.
Chi visita Napoli lo incontrerà comunque: nelle radio dei taxi, nei negozi, alle feste di quartiere. Capire che cos'è — un'industria musicale parallela nata dal basso, non semplicemente «musica di serie B» — aiuta a leggere molte cose della città, dal rapporto con la lingua napoletana a quello tra centro e periferie.