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La sceneggiata napoletana: melodramma popolare, malavita e riscatto — Musica e Napoli
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La sceneggiata napoletana: melodramma popolare, malavita e riscatto

📍 Musica e Napoli 1918-oggi · il teatro-canzone

Un uomo tradito, una donna contesa, un cattivo che entra in scena e il pubblico che già lo fischia prima che apra bocca. Poi la luce cala, l'orchestrina attacca, e quell'uomo smette di parlare e comincia a cantare: ci sono cose che a Napoli si possono dire soltanto cantando. La sceneggiata è nata per aggirare una tassa ed è diventata il teatro di un popolo intero.

Che cosa significa «sceneggiata»

Il vocabolario Treccani la definisce un genere teatrale tipicamente napoletano, parlato e cantato, costruito attorno a una canzone popolare, con pochi personaggi e un'azione pensata per suscitare emozioni forti. C'è poi il significato figurato, quello che usano tutti: «fare una sceneggiata» vuol dire mettere in scena una reazione esagerata o finta per impietosire, commuovere o fare impressione. Si dice della lite plateale al ristorante, del calciatore che si rotola a terra, del politico che annuncia dimissioni che non darà. È curioso che un genere teatrale sia diventato sinonimo di finzione: ma è proprio l'eccesso, nella sceneggiata, a essere la regola.

Nasce per aggirare una tassa

Dopo Caporetto, nel 1917-1918, il governo aumenta le tasse sugli spettacoli di varietà, considerati frivoli. Il teatro di prosa ne resta fuori. Gli autori napoletani trovano la scappatoia: prendono una canzone di successo e le costruiscono attorno una vicenda recitata, così lo spettacolo diventa «teatro». Una delle prime sceneggiate conosciute è «Pupatella» (1918), su una canzone di Libero Bovio. Nel giro di pochi anni nascono compagnie dedicate, la più importante è quella di Salvatore Cafiero ed Eugenio Fumo, e teatri di riferimento, il Trianon e il San Ferdinando. La stagione d'oro va dagli anni Venti agli anni Quaranta; il genere arriva anche nelle comunità italiane di New York.

Lo schema, sempre lo stesso

La struttura è codificata e il pubblico la conosce a memoria: isso, essa e 'o malamente, lui, lei e il cattivo. Attorno, la madre, un bambino, un personaggio comico. Un uomo onesto, una donna contesa, un antagonista che minaccia l'onore o la famiglia; gelosie, tradimenti, carcere, emigrazione, fino a un finale che ristabilisce una giustizia, spesso violenta. Le canzoni non sono intermezzi: sono i momenti in cui il personaggio dichiara ciò che prova, come le arie nell'opera. Il pubblico partecipa, commenta, incita: è un teatro rumoroso, più vicino allo stadio che alla sala da concerto.

Mario Merola e i film

Dopo il declino del dopoguerra, la sceneggiata rinasce negli anni Settanta con Mario Merola (Napoli, 6 aprile 1934 - Castellammare di Stabia, 12 novembre 2006). Lavorava al porto; nel 1959 vince un concorso per voci nuove al Trianon e nel 1962, con «Malufiglio», lascia il lavoro in banchina. Diventa «il re della sceneggiata», in teatro e al cinema. «Sgarro alla camorra» (1973) è considerato il primo film-sceneggiata. Seguono, tra gli altri, «L'ultimo guappo» e «Il mammasantissima» (1978), «Zappatore» (1980), il suo maggiore successo al botteghino, «Carcerato», «Lacrime napulitane» e «I figli... so' pezzi 'e core» (1981), «Giuramento» (1982), «Guapparia» (1984).

Accanto a lui Pino Mauro e Mario Trevi, e poi Nino D'Angelo, che recita sceneggiate in teatro, gira «Celebrità» (1981) e «Un jeans e una maglietta» (1983) e più tardi costruisce un percorso d'autore riconosciuto, fino al David di Donatello per le musiche di «Tano da morire» (1997).

La parte scomoda

Il titolo di questi film lo dice da solo: camorra, guappi, contrabbandieri, carcere. L'accusa ricorrente è di compiacenza verso la criminalità, e negli anni Settanta la questione fu oggetto di polemiche accese. La lettura più equilibrata è che la sceneggiata rappresenti quel mondo secondo un codice morale rigido, in cui il male viene punito, più vicino al melodramma ottocentesco che all'apologia. Ma il confine è sottile: il «guappo» d'onore che la sceneggiata mette in scena è una figura idealizzata, e la camorra reale non ha mai avuto niente di quell'onore.

L'eredità e dove vederla

Il neomelodico contemporaneo discende direttamente dalla sceneggiata, e parte della scena rap e urban napoletana ne riprende temi e personaggi. Il luogo che più ne conserva la memoria è il Teatro Trianon Viviani (piazza Vincenzo Calenda 9, a Forcella), aperto nel 1911, casa della compagnia Cafiero-Fumo negli anni Trenta e del debutto di Merola; oggi è dedicato alla canzone napoletana. Per chi vuole vederla dal divano, «Zappatore» e «I figli... so' pezzi 'e core» sono il punto di partenza.

Guardarla come un fenomeno da compatire significa perdersi il punto: la sceneggiata è uno dei pochi casi italiani di teatro musicale davvero popolare, con un pubblico che lo capisce e lo pretende.

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