Un uomo tradito, una donna contesa, un cattivo che entra in scena e il pubblico che già lo fischia prima che apra bocca. Poi la luce cala, l'orchestrina attacca, e quell'uomo smette di parlare e comincia a cantare — perché ci sono cose che a Napoli si possono dire soltanto cantando. La sceneggiata è nata per aggirare una tassa ed è diventata il teatro di un popolo intero.
L'atto di nascita è il 1918. Il governo introduce una tassa sugli spettacoli di varietà e sui caffè-concerto, ma non sul teatro di prosa. Gli impresari napoletani reagiscono con un'invenzione pratica: prendono una canzone di successo e le costruiscono attorno una vicenda teatrale recitata, così lo spettacolo può essere classificato come prosa.
L'espediente fiscale genera un genere. La prima sceneggiata riconosciuta come tale è tratta da «'E figlie» di Rocco Galdieri e Gaetano Lama, messa in scena al Teatro Trianon.
La struttura è codificata e il pubblico la conosce a memoria: isso, essa e 'o malamente — lui, lei e il cattivo. Un uomo onesto, una donna contesa, un antagonista che minaccia l'onore o la famiglia. La vicenda procede per colpi di scena, gelosie e tradimenti, fino a un finale che ristabilisce la giustizia.
Le canzoni non sono intermezzi: sono i momenti in cui il personaggio dichiara ciò che prova, come le arie nell'opera. Il pubblico partecipa apertamente, commenta, incita — è teatro non silenzioso, molto più vicino allo stadio che alla sala da concerto.
Onore, famiglia, carcere, emigrazione, povertà. La sceneggiata parla a un pubblico che quelle cose le vive, e le mette in scena senza mediazioni borghesi. È qui che nasce l'accusa ricorrente di compiacenza verso la criminalità: alcuni titoli raccontano ambienti malavitosi, e negli anni Settanta la questione è stata oggetto di polemiche pubbliche accese.
La lettura più equilibrata, oggi condivisa da diversi studiosi di cultura popolare, è che la sceneggiata rappresenti quel mondo secondo un codice morale rigido in cui il male viene comunque punito — più simile al melodramma ottocentesco che a un'apologia.
Il nome che coincide con il genere è Mario Merola (1934-2006), scaricatore di porto al Molo Beverello prima di diventare «il re della sceneggiata». Voce potentissima, presenza scenica imponente, portò il genere a un successo di massa negli anni Settanta, con spettacoli e film che riempivano teatri e sale in tutta Italia e nelle comunità italiane all'estero.
Accanto a lui Pino Mauro, Nino D'Angelo — che dalla sceneggiata partì per costruire poi un percorso autoriale molto diverso e riconosciuto — e la stagione dei film-sceneggiata, un filone cinematografico popolarissimo tra gli anni Settanta e Ottanta.
La sceneggiata ha lasciato tracce profonde: il neomelodico contemporaneo ne discende direttamente, e diversi artisti napoletani della scena attuale — anche rap e urban — ne riprendono struttura narrativa, temi e persino la costruzione dei personaggi.
Il Teatro Trianon Viviani, a Forcella, è oggi il luogo che più esplicitamente ne conserva e rilegge la tradizione, con una programmazione dedicata alla canzone napoletana in tutte le sue forme.
Guardarla come un fenomeno da compatire significa perdersi il punto: la sceneggiata è uno dei pochi casi italiani di teatro musicale realmente popolare, con un pubblico che lo capisce e lo pretende.