Sullo scaffale ci sono decine di forme di legno, ognuna con un nome scritto a matita. Sono i piedi dei clienti, scolpiti uno per uno. Alcuni di quei nomi appartengono a persone morte da vent'anni, e la forma è ancora lì: perché un figlio può tornare, e perché buttarla sembrerebbe sbagliato.
Non una scarpa industriale della tua taglia. Significa che si prendono le misure del piede — lunghezza, larghezza, altezza dell'arco, particolarità — si scolpisce una forma in legno che lo riproduce, e su quella si costruisce la scarpa.
La forma resta in bottega. Per il paio successivo non servono nuove misure.
Il taglio della pelle, scelta pezzo per pezzo. La tomaia, cucita a mano. Il montaggio sulla forma. La suola, fissata con una cucitura che a Napoli si fa tradizionalmente a mano.
Sono decine di ore di lavoro distribuite su settimane, con prove intermedie.
Per la stessa ragione della sartoria: esiste una filiera locale completa — concerie, tagliatori, orlatrici, montatori — e una tradizione di lavoro manuale che non si è interrotta.
E come per gli abiti, il su misura napoletano costa meno del suo equivalente internazionale, non perché valga meno ma perché la filiera è a pochi isolati.
È uno dei pochi artigianati napoletani che sta assumendo. La domanda internazionale di calzature su misura è cresciuta, e i laboratori cercano giovani da formare.
Il problema non è il mercato: è trovare chi voglia passare cinque anni a imparare prima di guadagnare bene.
Accanto al costruttore c'è il riparatore, e vale la pena distinguerlo. Rimettere una suola, sostituire un tacco, rigenerare una scarpa buona costa una frazione del prezzo di una nuova.
In una città dove si cammina tanto e su basoli irregolari, il ciabattino di quartiere è un servizio, non un vezzo.
Chiaia e le sue traverse per i laboratori più noti. Ma i migliori rapporti qualità-prezzo si trovano nei laboratori senza vetrina del centro e dei quartieri popolari.
Entra e chiedi. È un mestiere in cui parlare con il cliente fa parte del lavoro.