In una bottega di due metri per tre, un uomo taglia la pelle di un guanto seguendo una sagoma di cartone consumata da sessant'anni di uso. Fa quel gesto da quando aveva quattordici anni, l'ha imparato guardando suo padre, e non ha nessuno a cui insegnarlo. Quando smetterà, quella sagoma finirà in un cassetto e non la userà più nessuno.
Napoli è stata per oltre un secolo una capitale mondiale del guanto in pelle. A cavallo tra Otto e Novecento la città contava centinaia di laboratori e migliaia di addette — il lavoro di cucitura era quasi interamente femminile e si svolgeva a domicilio.
Il guanto napoletano si distingueva per il taglio, la finezza della pelle e la cucitura a mano. Oggi restano poche aziende artigiane, alcune ancora nel centro storico, che lavorano soprattutto per l'estero e per la moda di alta gamma.
Su via San Gregorio Armeno si producono figure per il presepe da secoli. Il mestiere richiede modellazione della terracotta, pittura dei volti, costruzione dei corpi in fil di ferro e stoppa, e confezione degli abiti in stoffa.
La strada è viva tutto l'anno, ma il rischio è la deriva verso il souvenir seriale: accanto alle botteghe che modellano ancora a mano ci sono banchi che rivendono pezzi industriali. Distinguere si può: chiedi se il pezzo è fatto in bottega e fatti mostrare il retro.
Mestiere ancora più raro del precedente: rimettere in sesto figure settecentesche, ricostruire mani mancanti, rifare occhi in vetro, consolidare stoffe antiche.
È un lavoro che si impara solo in bottega e che non ha una scuola.
Il mandolino napoletano — con la cassa a doghe e la tavola piegata — è uno strumento specifico, diverso da quello lombardo. Napoli ne è stata il centro produttivo mondiale tra Otto e Novecento.
Restano pochissimi costruttori. Lo strumento è tornato in parte in uso grazie alla riscoperta del repertorio classico napoletano, ma la filiera artigiana si è assottigliata moltissimo.
Poco fuori Napoli, Torre del Greco lavora corallo e conchiglia da secoli. Il cammeo — inciso a mano su conchiglia con bulini finissimi — è una specialità locale riconosciuta a livello internazionale.
Qui il mestiere regge meglio: esistono una scuola dedicata e un mercato estero solido.
Il piperno, la pietra vulcanica grigia dei portali napoletani, richiede una lavorazione specifica. Le maestranze che sanno tagliarlo e posarlo secondo tradizione sono poche, e il problema si sente nei restauri.
Le ragioni sono le stesse ovunque: concorrenza industriale, margini bassi, difficoltà nel trasmettere il mestiere a giovani che non vedono prospettive, affitti che espellono le botteghe dal centro.
C'è però anche un movimento opposto: alcune lavorazioni — sartoria, calzoleria su misura, cammeo — hanno trovato un mercato internazionale disposto a pagare il lavoro manuale, e stanno assumendo.
Comprando in bottega invece che al banco del souvenir. Chiedendo dove è stato fatto l'oggetto. Pagandolo quello che vale, invece di contrattare fino a rendere il lavoro insostenibile.
Le zone dove cercarle: San Gregorio Armeno e i decumani per il presepe, Chiaia e i Quartieri Spagnoli per sartoria e pelletteria, la Sanità per i laboratori più giovani, Torre del Greco per corallo e cammei.