Ci fu un inverno, a Napoli, in cui sembrò possibile tutto. Durò cinque mesi. Una donna che a sedici anni scriveva versi in latino si trovò a dirigere il giornale di una repubblica, e scrisse: «Siamo liberi in fine». In agosto fu impiccata in Piazza Mercato, e con lei se ne andò la generazione più colta che questa città avesse mai avuto.
Nasce a Roma nel 1752 da famiglia di origine portoghese, e si trasferisce bambina a Napoli. Bambina prodigio: scrive versi in latino e italiano, studia matematica, fisica, economia, lingue. A sedici anni è già in corrispondenza con Pietro Metastasio, il maggior poeta drammatico dell'epoca.
Entra nell'ambiente illuminista napoletano, che in quegli anni è tra i più vivaci d'Europa: Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri — il cui «Scienza della legislazione» sarà letto da Benjamin Franklin — Mario Pagano.
La sua vita privata è segnata da un matrimonio infelice e violento con l'ufficiale Pasquale Tria de Solis, dalla morte del figlio neonato e da una separazione ottenuta con difficoltà: vicende che ne fanno anche una figura precoce di rivendicazione dell'autonomia femminile.
Nel gennaio 1799 l'esercito francese entra a Napoli. I sovrani borbonici fuggono a Palermo e viene proclamata la Repubblica Napoletana, guidata da una classe intellettuale colta e riformista.
È qui che Eleonora assume il ruolo che la rende storicamente unica: dirige il «Monitore Napoletano», l'organo ufficiale della Repubblica, di cui scrive gran parte degli articoli. È il primo giornale politico italiano diretto da una donna.
Il primo numero, del 2 febbraio 1799, si apre con parole rimaste celebri: «Siamo liberi in fine, ed è giunto per noi ancora il giorno...».
Va detto con onestà, perché è il nodo storico centrale: la Repubblica Napoletana fu un'esperienza di élite. I suoi protagonisti erano nobili e borghesi illuminati che non riuscirono a costruire un legame con il popolo delle campagne e dei quartieri, rimasto in gran parte fedele al re e alla Chiesa.
Proprio sul «Monitore» Eleonora affrontò il problema, arrivando a proporre l'uso del napoletano per comunicare con il popolo — intuizione lucidissima e tardiva.
A giugno le truppe sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo, sostenute dalla flotta inglese di Nelson, riconquistano la città. Viene concessa una capitolazione che garantisce salva la vita ai repubblicani, ma l'accordo viene disatteso.
Segue una repressione durissima: oltre un centinaio di esecuzioni, migliaia di arresti ed esilii. Vengono uccisi Mario Pagano, Domenico Cirillo — medico di fama europea — Francesco Caracciolo, Gennaro Serra di Cassano.
Eleonora viene impiccata il 20 agosto 1799 in Piazza Mercato. Le fu negata la decapitazione, riservata ai nobili. La tradizione le attribuisce come ultime parole il verso virgiliano «Forsan et haec olim meminisse iuvabit» — «forse un giorno gioverà ricordare anche questo».
Il 1799 è il trauma fondativo della storia moderna del Mezzogiorno: l'eliminazione fisica di una intera generazione intellettuale. Molti storici lo indicano come una delle ragioni della debolezza della classe dirigente meridionale nel secolo successivo.
Piazza Mercato, luogo delle esecuzioni, è visitabile e ha una lapide che ricorda i martiri del 1799. Palazzo Serra di Cassano, a Monte di Dio, tiene ancora chiuso il portone principale sulla piazza in segno di lutto per la morte di Gennaro Serra: è forse il monumento più eloquente di quella vicenda.
La figura di Eleonora è stata portata al cinema da Mario Martone in «Il resto di niente» (2004) di Antonietta De Lillo, tratto dal romanzo di Enzo Striano.