Una bambina miope riceve finalmente un paio di occhiali. Li inforca, guarda per la prima volta con chiarezza il cortile in cui è nata — e si sente male. In quella scena, poche pagine scritte nel 1953, c'è tutto il libro più spietato che sia mai stato scritto su questa città, e la ragione per cui alla sua autrice non fu mai perdonato.
Non è un romanzo ma una raccolta di cinque testi tra racconto e reportage sulla Napoli del dopoguerra.
«Un paio di occhiali», il più celebre, racconta di Eugenia, bambina fortemente miope di una famiglia poverissima che riceve finalmente gli occhiali: quando li indossa, vede per la prima volta con nitidezza il cortile in cui vive, e la reazione non è gioia ma nausea. È una delle metafore più crudeli e perfette della letteratura italiana del Novecento.
«Il silenzio della ragione», la sezione più lunga, è un ritratto durissimo degli intellettuali napoletani di sinistra dell'epoca, descritti come inerti, compiaciuti, incapaci di incidere sulla realtà della città.
Il titolo è una dichiarazione: il mare, che dovrebbe essere la salvezza, la bellezza, l'apertura, non tocca davvero la vita della gente. Napoli è raccontata come una città che consuma i suoi abitanti, in cui la bellezza è un inganno.
La reazione fu violentissima. Gli intellettuali napoletani ritratti nel libro — molti dei quali erano stati suoi amici — si sentirono traditi. Ortese fu di fatto emarginata dall'ambiente culturale della città e non vi tornò a vivere.
Ne parlò a lungo negli anni successivi, oscillando tra la rivendicazione di aver scritto la verità e il rimorso per il dolore causato a persone reali. Nell'edizione del 1994 aggiunse una nota in cui riconosceva di aver scritto in uno stato di sofferenza personale che aveva alterato lo sguardo.
Ortese (1914-1998) visse gran parte della vita in condizioni economiche difficili, spostandosi tra molte città. Pubblicò opere di grande originalità: «L'Iguana» (1965), «Il porto di Toledo» (1975), «Il cardillo addolorato» (1993), che le valse un tardivo riconoscimento di pubblico.
Nel 1953 «Il mare non bagna Napoli» vinse il Premio Viareggio.
Perché è l'antidoto più efficace alla Napoli da cartolina, e perché pone una domanda che riguarda qualsiasi città molto raccontata: quanto la bellezza di un luogo serva anche a non guardare le condizioni di chi ci vive.
Va letto sapendo che è un libro parziale e scritto con rabbia — l'autrice stessa lo ammise. Ma è proprio quella parzialità a renderlo utile accanto ai racconti più affettuosi.