Nacque a Napoli, nel quartiere San Ferdinando, il 18 agosto 1928 — anche se il padre lo registrò due giorni dopo, il 20. Nello stesso palazzo, un anno più tardi, sarebbe nato Carlo Pedersoli, che il mondo avrebbe conosciuto come Bud Spencer: i due frequentarono insieme le scuole elementari, senza che nessuno dei due, allora, potesse immaginare cosa sarebbero diventati.
Luciano De Crescenzo obbedì al desiderio del padre e si laureò in ingegneria alla Federico II. Lavorò a lungo con quel titolo, e nel 1961 fu assunto all'IBM, a Milano, come addetto alle pubbliche relazioni. Ci restò diciotto anni, fino a diventare dirigente.
Nel 1976, già promosso, capì che quella non era la sua strada. Nel 1979 lasciò l'azienda per dedicarsi a tempo pieno a quello che nel frattempo era già diventato, quasi per caso, il suo vero mestiere.
Nel 1977 pubblicò Così parlò Bellavista, la sua prima opera. Ebbe la fortuna di trovare in Maurizio Costanzo un padrino: grazie alla partecipazione al talk show Bontà loro e ad altre apparizioni pubbliche, il libro vendette oltre seicentomila copie fra il 1976 e il 1977, e fu tradotto persino in giapponese. Diventò, come si dice, un caso letterario — la storia di un ingegnere napoletano che si scopriva scrittore proprio mentre stava per diventare dirigente.
Nel 1984 ne diresse la versione cinematografica, interpretando lui stesso il professor Bellavista. Vinse il David di Donatello e il Nastro d'argento come miglior regista esordiente: un ingegnere quasi cinquantenne che debuttava alla regia vincendo i due premi più importanti del cinema italiano per un esordio.
Da lì in avanti De Crescenzo scrisse una cinquantina di libri, vendendo diciotto milioni di copie nel mondo — sette in Italia — tradotti in diciannove lingue e diffusi in venticinque paesi. Il suo mestiere vero diventò questo: spiegare la filosofia greca, la mitologia, i grandi pensatori, con la stessa leggerezza con cui a Napoli si racconta una storia al bar. Vinse il Premio Bancarella, uno dei riconoscimenti letterari popolari più antichi d'Italia.
Non era un filosofo professionista, e non ha mai preteso di esserlo: era un ingegnere che aveva scoperto di saper raccontare la filosofia meglio di molti che l'avevano studiata per mestiere. È una distinzione che va fatta con chiarezza, perché è proprio lì che sta il suo valore — non nell'originalità del pensiero, ma nella capacità di farlo arrivare a chi altrimenti non l'avrebbe mai letto.
Nel 2008 pubblicò Il caffè sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi: il titolo ha contribuito non poco a far conoscere fuori Napoli il gesto di pagare un caffè per uno sconosciuto. Va detto con precisione: la tradizione esisteva già, e non fu lui a inventarla. Il suo libro non ne è la fonte storica, ne è stato — questo sì, in modo documentabile — uno dei più efficaci megafoni.
Morì a Roma il 18 luglio 2019, a novant'anni. Aveva passato la seconda metà della sua vita a fare a Napoli e all'Italia intera quello che pochi altri hanno saputo fare: rendere la filosofia una cosa da leggere in spiaggia, senza che perdesse per questo la sua serietà.