Quando si parla delle origini della fiaba come genere letterario europeo, i nomi che vengono citati per primi sono quasi sempre quelli di Charles Perrault, autore francese di fine Seicento, o dei fratelli Grimm, attivi in Germania nell'Ottocento. Pochi ricordano che entrambi arrivarono dopo un napoletano: Giambattista Basile, la cui raccolta «Lo cunto de li cunti, overo Lo trattenemiento de peccerille» — conosciuta anche come «Pentamerone» — fu pubblicata postuma tra il 1634 e il 1636, con largo anticipo su entrambi, rendendola la prima grande raccolta organica di fiabe della storia della letteratura europea.
Basile, nato vicino Napoli intorno al 1566, fu funzionario di corte, poeta e uomo di lettere che viaggiò per vari stati italiani prima di tornare nella sua terra d'origine, dove raccolse e riscrisse in dialetto napoletano cinquanta fiabe popolari, organizzate secondo una struttura narrativa a incastro ispirata al Decamerone di Boccaccio: una cornice narrativa principale contiene i cinquanta racconti, raccontati nell'arco di cinque giornate da dieci narratrici, da cui il titolo alternativo «Pentamerone».
Ciò che rende «Lo cunto de li cunti» un'opera straordinaria non è soltanto la sua priorità cronologica, ma la qualità letteraria e la ricchezza linguistica del testo: Basile scrive in un napoletano barocco denso, ricchissimo di metafore, giochi di parole e un'ironia sofisticata che rendono l'opera tutt'altro che un semplice libro per bambini, nonostante il sottotitolo alluda al «trattenimento per i piccini». Molte delle fiabe più celebri della tradizione occidentale — versioni antecedenti di Cenerentola, della Bella Addormentata, di Biancaneve — compaiono qui per la prima volta in forma scritta, spesso con toni molto più crudi, grotteschi e sessualmente espliciti rispetto alle versioni edulcorate che sarebbero diventate popolari nei secoli successivi grazie a Perrault e ai Grimm.
Gli stessi fratelli Grimm, secoli dopo, riconobbero esplicitamente il debito nei confronti dell'opera di Basile, definendo il Pentamerone come il primo grande esempio nazionale di raccolta fiabesca in Europa — un riconoscimento accademico importante che tuttavia non impedì per lungo tempo che l'opera restasse relativamente sconosciuta al grande pubblico internazionale, anche a causa della barriera linguistica rappresentata dal napoletano seicentesco in cui è scritta, un dialetto già di per sé complesso da tradurre anche per un italiano moderno.
L'opera di Basile va inoltre inserita nel contesto più ampio della fioritura culturale napoletana del primo Seicento, la stessa epoca in cui la città viveva anche la straordinaria stagione pittorica di Caravaggio, Ribera e Battistello Caracciolo: un momento storico in cui Napoli, pur sotto il dominio vicereale spagnolo, si confermava come uno dei centri culturali più vivaci e produttivi dell'intera Europa, capace di generare innovazione tanto nelle arti figurative quanto nella letteratura.
Oggi «Lo cunto de li cunti» viene riscoperto sempre più spesso da studiosi, traduttori e persino registi — il film «Il racconto dei racconti» di Matteo Garrone, del 2015, si ispira direttamente all'opera di Basile — restituendo finalmente a questo testo seicentesco il posto che gli spetta nella storia della letteratura europea: non una curiosità dialettale locale, ma il punto di partenza di un intero genere letterario che avrebbe attraversato secoli e confini nazionali, partendo proprio da Napoli.