Passò la vita in poche centinaia di metri di città, tra la casa dove era nato e l'università dove insegnava retorica per uno stipendio da fame. Non lasciò Napoli quasi mai, non fu capito quasi da nessuno, e morì convinto di aver fallito. Poi il mondo ci ha messo un secolo e mezzo ad accorgersi che aveva inventato un modo nuovo di pensare la storia.
Giambattista Vico nasce a Napoli nel 1668, in una casa di via San Biagio dei Librai, nel cuore del centro antico. Il padre era un modesto libraio.
Si forma quasi da autodidatta, leggendo. Nel 1699 ottiene la cattedra di retorica all'Università di Napoli: un incarico mal pagato, che manterrà per quarant'anni senza mai riuscire a ottenere quello, più prestigioso, di diritto.
La sua opera principale, «Principi di scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni», esce in una prima versione nel 1725 e viene riscritta più volte fino all'edizione del 1744, l'anno della sua morte.
L'idea centrale è rivoluzionaria per l'epoca: la storia umana non è caos né provvidenza imperscrutabile, ma un processo con leggi proprie, conoscibili perché fatte dagli uomini stessi. È il celebre principio del verum ipsum factum: conosciamo veramente solo ciò che abbiamo fatto noi.
Da qui la teoria per cui le civiltà attraversano fasi ricorrenti — l'età degli dèi, quella degli eroi, quella degli uomini — e possono ricadere in una nuova barbarie da cui ricominciare.
Vico non intendeva un ciclo meccanico e identico, come talvolta viene semplificato: intendeva una struttura ricorrente entro cui ogni civiltà segue il proprio percorso.
In vita fu letto da pochi. La cultura europea del Settecento guardava alla ragione illuminista e al metodo scientifico; Vico parlava di miti, poesia primitiva e linguaggio come chiavi per capire la storia.
Fu riscoperto nell'Ottocento — Michelet lo tradusse in francese con entusiasmo — e nel Novecento la sua influenza arriva a Benedetto Croce, che ne fece uno dei propri riferimenti, e a James Joyce, che costruì la struttura di «Finnegans Wake» sui suoi corsi e ricorsi.
È sepolto nella chiesa dei Girolamini, a due passi dal Duomo. Una lapide segnala la casa natale su via San Biagio dei Librai. La strada che collega Spaccanapoli a piazza San Domenico ne porta il nome.
Camminare in quelle poche centinaia di metri significa attraversare per intero la geografia di una delle menti più originali che questa città abbia prodotto.