Nell'ipogeo, in mezzo a decine di crani anonimi, ce n'è uno che ha le orecchie. Un'anomalia ossea rarissima, forse una calcificazione, che i napoletani hanno interpretato a modo loro: quel morto sente le preghiere meglio degli altri. Per secoli le donne del quartiere sono scese qui a parlargli. La chiesa era chiusa e in rovina; oggi è aperta perché un gruppo di ragazzi ha deciso che non poteva finire così.
Santa Luciella ai Librai fu fondata nel 1327 da Bartolomeo di Capua, gran protonotario del Regno, ed è una delle chiese più piccole del centro storico.
Divenne poi la chiesa della corporazione dei pipernieri, gli scalpellini che lavoravano il piperno, la pietra vulcanica scura con cui sono fatti i portali e i basoli di mezza Napoli.
Il nome «ai Librai» viene dalla strada, storicamente occupata da librerie e tipografie: siamo a pochi passi da San Biagio dei Librai.
Sotto la chiesa si apre un ipogeo usato come luogo di sepoltura e di terrasanta. Qui si praticava, come alle Fontanelle, il culto delle anime pezzentelle: l'adozione di un cranio anonimo in cambio di protezione.
«'A capa 'e morte cu 'e recchie» — il teschio con le orecchie — è il più celebre di questi crani, ed è ancora al suo posto.
La chiesa era chiusa dagli anni Ottanta e in condizioni gravissime, con crolli e infiltrazioni. È stata riaperta al pubblico nel 2019 grazie all'associazione Respiriamo Arte, formata da giovani del quartiere, che l'ha ottenuta in gestione, messa in sicurezza e resa visitabile.
È uno dei casi in cui il patrimonio della città è tornato accessibile grazie a iniziative dal basso, non a interventi pubblici.
Vico Santa Luciella 5, a pochi passi da San Gregorio Armeno e dal Duomo. La visita è guidata, dura circa quaranta minuti e comprende chiesa e ipogeo. È breve, economica, e racconta il rapporto di Napoli con i morti meglio di molti luoghi più famosi.
Gli spazi sono ristretti: meglio prenotare.