Si sale su un coro pensile sospeso a mezz'aria, e all'improvviso si è dentro un affresco. Le pareti sono coperte da un ciclo di scene dipinte settecento anni fa, che le monache guardavano da sole, in silenzio, senza che nessun altro le vedesse. Era il loro spazio riservato. Oggi ci si può salire, e la sensazione di essere entrati in un luogo privato non passa.
A Napoli esistono due Donnaregina, affiancate: la Vecchia, gotica trecentesca, e la Nuova, barocca seicentesca. Nacquero dallo stesso monastero delle clarisse, che nel Seicento volle una chiesa più moderna senza demolire l'antica.
La Nuova ospita oggi il Museo Diocesano di Napoli; l'antica si visita nello stesso percorso.
Il coro pensile delle monache conserva un ciclo di affreschi realizzato attorno al 1308-1320 da Pietro Cavallini e dalla sua bottega, chiamati a Napoli dalla corte angioina.
Cavallini è una figura chiave del passaggio dalla pittura bizantina a quella gotica italiana, contemporaneo e per certi versi rivale di Giotto. Il ciclo napoletano — Storie di Cristo, Giudizio Universale, Storie di sant'Agnese e sant'Elisabetta — è uno dei suoi insiemi meglio conservati.
Nella chiesa si trova il monumento funebre di Maria d'Ungheria, moglie di Carlo II d'Angiò e madre di re Roberto, che fece ricostruire la chiesa e vi volle essere sepolta.
Il sepolcro è opera di Tino di Camaino, lo scultore senese che a Napoli ha lasciato le tombe reali angioine più importanti, ed è uno dei vertici della scultura gotica italiana.
Il Museo Diocesano espone dipinti, argenti e paramenti provenienti dalle chiese della diocesi, con opere di Luca Giordano, Francesco Solimena, Massimo Stanzione e della scuola caravaggesca napoletana.
Largo Donnaregina, a pochi passi dal Duomo e dal Museo del Tesoro di San Gennaro. È una delle tappe meno affollate del centro storico: spesso ci si trova quasi da soli davanti a Cavallini.
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