Prima di loro il comico napoletano alzava la voce. Loro parlavano piano, si interrompevano, si perdevano nel discorso, sbagliavano le parole come le sbaglia chiunque. In tre anni scarsi hanno cambiato il modo in cui l'Italia rideva di Napoli — e soprattutto il modo in cui Napoli rideva di sé stessa.
Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro vengono da San Giorgio a Cremano, alle porte di Napoli. Si formano nel teatro amatoriale e nei centri culturali della periferia.
Nel 1977 nasce il trio La Smorfia, dal nome del sistema napoletano che assegna un numero a ogni cosa sognata.
La televisione li scopre attraverso il programma «Non Stop» della Rai, che nella seconda metà degli anni Settanta portò in prima serata una generazione intera di comici nuovi.
Gli sketch della Smorfia diventano popolarissimi. Il più celebre è «L'Annunciazione», in cui l'arcangelo Gabriele — Arena — cerca di spiegare la notizia a un Giuseppe che non capisce, non ci crede e si offende.
La comicità napoletana precedente si reggeva su maschere definite: il povero furbo, il nobile decaduto, il guappo. La Smorfia toglieva la maschera e lasciava le persone.
I loro personaggi balbettano, esitano, cambiano idea a metà frase. È una comicità dell'imbarazzo e dell'inadeguatezza, non della battuta. Troisi in particolare porta in scena un napoletano che non recita la napoletanità: la parla e basta.
Fu anche una risposta implicita a un cliché: dopo il terremoto del 1980 e negli anni della rappresentazione più folkloristica della città, quel modo dimesso di parlare suonò come una presa di posizione.
Il trio si scioglie nel 1980. Troisi passa al cinema e diventa il regista e attore che tutti conoscono, fino a «Il Postino». Arena continua tra teatro e cinema, spesso al suo fianco. Decaro lavora come attore, regista e autore.
Gli sketch della Smorfia si trovano ancora integralmente negli archivi e in rete: sono invecchiati sorprendentemente poco.