Esiste, nella tradizione popolare napoletana, un soprannome che racconta da solo un'intera carriera: «Luca fa presto». Secondo l'aneddoto più diffuso — probabilmente romanzato nei secoli, ma radicato in qualcosa di vero — il padre di Luca Giordano, anch'egli pittore ma di talento modesto, lo esortava continuamente a sbrigarsi durante il lavoro in bottega, per aumentare la produzione e i guadagni della famiglia. Il soprannome gli rimase addosso per tutta la vita, e col tempo smise di essere un rimprovero paterno per diventare la descrizione più accurata possibile del suo genio: Giordano fu capace di dipingere con una rapidità tecnica sbalorditiva, senza che questo compromettesse mai — è qui il vero miracolo — la qualità del risultato.
Nato a Napoli nel 1634, Giordano si forma nella bottega di Jusepe de Ribera, di cui assorbe il tenebrismo drammatico prima di evolvere verso una tavolozza più chiara, luminosa, quasi aerea, influenzata dai viaggi che compie a Roma, Firenze e Venezia. Questa capacità di assimilare stili diversi e farli propri con velocità impressionante è forse la sua caratteristica più straordinaria: Giordano passa con disinvoltura dal naturalismo cupo della sua formazione napoletana al colorismo luminoso della scuola veneta, fino a sviluppare un linguaggio decorativo personalissimo, ideale per i grandi cicli di affreschi che diventeranno la sua specialità assoluta.
La sua produttività fu, secondo tutte le stime storiche, semplicemente sovrumana: si calcola che Giordano abbia realizzato diverse migliaia di opere nell'arco della sua vita, tra dipinti da cavalletto e affreschi monumentali, un numero che nessun altro pittore barocco italiano avvicina. Lavorò non solo a Napoli ma in tutta Italia e, per un decennio cruciale della sua carriera, in Spagna: nel 1692 il re Carlo II lo chiama a Madrid come pittore di corte, affidandogli la decorazione di ambienti straordinari come la Sacrestia dell'Escorial e il Casón del Buen Retiro, incarichi che lo rendono, di fatto, il pittore italiano più importante attivo alla corte spagnola del suo tempo.
Tornato a Napoli nel 1702, ormai anziano ma ancora instancabile, realizza uno dei suoi capolavori assoluti: la volta della Cappella del Tesoro di San Gennaro, e soprattutto gli affreschi della Certosa di San Martino, dove il suo virtuosismo tecnico raggiunge vertici che ancora oggi lasciano stupefatti i visitatori. Attribuita a lui è anche la decorazione di numerose chiese cittadine, tra cui contributi determinanti nella Chiesa di Santa Brigida e nella Basilica di Santa Maria di Monteoliveto, opere che testimoniano quanto la sua mano abbia letteralmente plasmato l'immagine visiva del Barocco napoletano più maturo.
Quello che distingue Giordano da molti contemporanei è la sua straordinaria versatilità tematica: religioso quando serviva, mitologico quando la committenza lo richiedeva, capace di grandi composizioni allegoriche per soffitti nobiliari quanto di pale d'altare devozionali per piccole parrocchie di provincia. Questa duttilità, unita alla velocità esecutiva, lo rese la scelta naturale per chiunque avesse bisogno di riempire grandi spazi architettonici in tempi ragionevoli — un servizio che nel Seicento e primo Settecento valeva quanto il talento puro, in un'epoca di cantieri barocchi che si moltiplicavano in tutta Europa.
Morì a Napoli nel 1705, carico di onori e di una fortuna economica che pochissimi pittori del suo tempo riuscirono ad accumulare — un ulteriore segno di quanto la sua «velocità» fosse in realtà un'abilità imprenditoriale oltre che artistica, capace di soddisfare una domanda di mercato enorme senza mai saturarla. Le sue opere restano oggi sparse tra Napoli, Firenze, Madrid e decine di altre città europee, un'eredità fisica che rispecchia perfettamente la sua vita: instancabile, itinerante, sempre in movimento, sempre — appunto — pronta in fretta.
La sua influenza sulla generazione successiva di pittori napoletani fu enorme: allievi e imitatori ne diffusero lo stile decorativo luminoso in tutto il Regno, contribuendo a definire il gusto rococò che avrebbe dominato la pittura napoletana per i decenni successivi, fino a Francesco Solimena, che di Giordano raccolse idealmente l'eredità come principale protagonista della scena artistica cittadina nella prima metà del Settecento.
Chi visita oggi la Certosa di San Martino può ancora ammirare, alzando lo sguardo verso le volte affrescate, la testimonianza più diretta di quella leggendaria rapidità: composizioni complesse, popolate da decine di figure, eseguite con una scioltezza pittorica che sembra ignorare la fatica del gesto. È forse questo, più di ogni aneddoto tramandato, il vero monumento a «Luca fa presto»: non la velocità in sé, ma la capacità rarissima di renderla invisibile agli occhi di chi guarda.