Giovanni Battista Caracciolo, conosciuto nella storia dell'arte con il diminutivo di Battistello, è la prova vivente di quanto profondamente il breve soggiorno napoletano di Caravaggio, tra il 1606 e il 1610, abbia sconvolto la pittura cittadina. Nato a Napoli nel 1578, Battistello era già un pittore formato quando Caravaggio arrivò in città in fuga da Roma, ma l'incontro con la sua pittura — buia, drammatica, spietatamente realista — produsse in lui una conversione stilistica quasi immediata e totale, al punto da renderlo, tra tutti i pittori napoletani dell'epoca, il primo e più radicale seguace del maestro lombardo.
A differenza di altri artisti che assorbirono il caravaggismo in modo più superficiale o decorativo, Battistello ne comprese l'essenza più profonda: l'uso della luce non come semplice effetto scenografico ma come strumento drammaturgico, capace di isolare i gesti e le espressioni dei personaggi in un buio che diventa quasi metafisico. Le sue opere religiose — tra cui spicca il ciclo per la Certosa di San Martino — mostrano santi e figure sacre trattati con una fisicità popolare, quasi plebea, lontanissima dall'idealizzazione ancora dominante in gran parte della pittura italiana coeva.
Battistello non fu soltanto un pittore isolato nella propria bottega: viaggiò, cosa non scontata per un artista napoletano del primo Seicento, recandosi a Roma e a Genova, dove entrò in contatto con altri protagonisti della pittura caravaggesca e ne assorbì ulteriori sviluppi stilistici, riportandoli poi a Napoli e contribuendo a fare della città un crocevia internazionale di questo linguaggio pittorico rivoluzionario. Fu inoltre tra i primi a introdurre nella pittura napoletana un uso più libero e sciolto della pennellata, meno rigido rispetto alla tradizione tardo-manierista che ancora dominava all'inizio del secolo.
La leggenda della cosiddetta «cabala dei pittori» — il presunto patto tra Ribera, Battistello e Belisario Corenzio per monopolizzare le grandi commissioni cittadine, tramandato dalle fonti biografiche seicentesche con toni quasi da cronaca nera — vede proprio in Battistello uno dei protagonisti, a testimonianza di quanto fosse centrale e influente la sua posizione nell'ambiente artistico napoletano di quegli anni, al di là della veridicità storica precisa dell'episodio.
Le sue opere principali sono ancora oggi visitabili nei luoghi per cui furono concepite: oltre al ciclo della Certosa di San Martino, che include scene della vita di San Gennaro di straordinaria intensità drammatica, si possono ammirare sue tele nella Chiesa di San Diego all'Ospedaletto e in diverse altre chiese del centro storico, dove il suo naturalismo tenebroso convive spesso, negli stessi ambienti, con le opere più luminose dei pittori della generazione successiva, offrendo al visitatore attento un confronto diretto tra le diverse fasi della pittura barocca napoletana.
Morì a Napoli nel 1635, lasciando un'eredità che, pur meno celebrata rispetto a quella di Ribera o Giordano, fu storicamente decisiva: fu lui, prima di chiunque altro tra i pittori nati e formati a Napoli, a dimostrare che la lezione caravaggesca poteva essere assimilata e reinterpretata da un artista locale, aprendo la strada a quel naturalismo napoletano che avrebbe dominato la scena pittorica cittadina per l'intero secolo successivo.
Riscoperto e rivalutato pienamente solo nel Novecento, dopo secoli in cui la critica lo aveva relegato a un ruolo secondario rispetto ai grandi nomi della scuola napoletana, Battistello Caracciolo occupa oggi, nella storiografia artistica, il posto che gli spetta: quello del primo vero ponte tra la rivoluzione caravaggesca e la sua piena fioritura partenopea.
Per chi visita oggi la Certosa di San Martino, mettere a confronto le sue tele con quelle dei maestri che lo seguirono nello stesso complesso museale offre un percorso quasi didattico attraverso l'evoluzione del naturalismo napoletano: partendo proprio da Battistello, il visitatore attento può ricostruire con i propri occhi come un'unica intuizione pittorica si sia trasformata, nel giro di poche decadi, in uno dei capitoli più ricchi dell'intera storia dell'arte italiana.