Quando Francesco Solimena muore nel 1747, a novant'anni compiuti, ha attraversato quasi per intero il Settecento napoletano da protagonista assoluto, tanto da essere universalmente conosciuto con il soprannome affettuoso di «l'Abate Ciccio» — un titolo ecclesiastico onorario unito al diminutivo del suo nome, segno di quanto fosse popolare e riconoscibile in una città che, all'epoca, contava tra le popolazioni urbane più numerose d'Europa. Nato a Canale di Serino, in provincia di Avellino, nel 1657, si forma sotto la guida del padre Angelo, pittore egli stesso, prima di trasferirsi definitivamente a Napoli, dove costruisce una carriera che lo rende, per oltre mezzo secolo, il punto di riferimento assoluto della pittura cittadina.
Solimena eredita e sintetizza le lezioni dei grandi maestri che lo hanno preceduto — il naturalismo drammatico di Ribera, la luce dorata di Luca Giordano — per costruire un linguaggio personale caratterizzato da composizioni scenografiche imponenti, tagli di luce teatrali e una capacità straordinaria di orchestrare decine di figure in scene affollate senza mai perdere chiarezza narrativa. I suoi grandi cicli decorativi, come quelli della Chiesa del Gesù Nuovo o della Sacrestia di San Paolo Maggiore, mostrano questa maestria compositiva applicata su scala monumentale, con effetti di prospettiva illusionistica che fanno sembrare le architetture dipinte un prolungamento reale dello spazio della chiesa.
La sua fama attraversò rapidamente i confini del Regno di Napoli: principi tedeschi, la corte imperiale austriaca e collezionisti da tutta Europa commissionarono opere al pittore napoletano, al punto che Solimena non ebbe mai bisogno di lasciare la città per essere considerato uno dei maggiori artisti del proprio tempo su scala continentale. La sua bottega, tra le più organizzate e produttive della storia dell'arte napoletana, formò un numero impressionante di allievi che ne diffusero lo stile in tutta Italia meridionale, contribuendo a rendere il linguaggio solimenesco lo standard dominante della pittura decorativa napoletana per l'intera prima metà del Settecento.
Fu anche un abilissimo disegnatore, e i suoi disegni preparatori — spesso realizzati a sanguigna con una vivacità di tratto che anticipa la spontaneità della macchia settecentesca — sono oggi considerati tra i vertici della grafica barocca italiana, studiati e collezionati quanto i suoi dipinti finiti. La sua casa-bottega napoletana divenne una sorta di accademia informale, meta di artisti e viaggiatori del Grand Tour che si fermavano a Napoli proprio per incontrare, oltre alle antichità, il più celebre pittore vivente della città.
Tra le sue opere più visitate ancora oggi si contano gli affreschi della Sacrestia di San Paolo Maggiore, il ciclo per la Chiesa di Donnaregina Nuova, e diverse pale conservate al Museo di Capodimonte, che permettono di seguire l'evoluzione del suo stile lungo i decenni: dalle prime opere ancora debitrici del naturalismo tenebroso del Seicento, fino alla piena maturità di una pittura più chiara, luminosa, quasi rococò negli ultimi anni di attività.
Solimena visse una vita straordinariamente lunga per gli standard dell'epoca, e questo gli permise di essere testimone e protagonista di un cambiamento di gusto epocale: iniziò la carriera in piena temperie barocca e la concluse alle soglie del Neoclassicismo, adattando costantemente il proprio linguaggio senza mai perdere la propria identità stilistica riconoscibile. Accumulò inoltre, grazie al successo commerciale straordinario, un patrimonio personale considerevole, ben diverso dalla condizione economica precaria che aveva caratterizzato molti pittori delle generazioni precedenti.
Morì a Barra, allora comune alle porte di Napoli, nel 1747, lasciando una bottega e un'eredità artistica che influenzarono direttamente la generazione successiva di pittori napoletani, tra cui Francesco De Mura e Corrado Giaquinto, che ne rielaborarono lo stile in chiave sempre più vicina al gusto rococò europeo. Ancora oggi, chi visita le principali chiese barocche del centro storico di Napoli incontra quasi inevitabilmente, in un soffitto affrescato o in una grande pala d'altare, la mano di questo pittore che per mezzo secolo fu, semplicemente, il pittore di Napoli.
Il Museo di Capodimonte dedica oggi diverse sale alla sua produzione, permettendo di osservare da vicino sia i grandi bozzetti preparatori per le imprese decorative maggiori sia opere da cavalletto di dimensioni più intime, un percorso che restituisce la straordinaria versatilità di scala di un artista capace di lavorare con la stessa padronanza su un soffitto di chiesa e su una tela da collezione privata.