Entri, e per un attimo non capisci cosa stai guardando. Sotto il velo si intravedono le vene delle mani, la piega delle labbra, le ferite. Il primo istinto è allungare la mano per toccare il tessuto — e il tessuto non c'è: è marmo, tutto marmo, scolpito da un uomo di trent'anni in un anno solo. Da due secoli e mezzo nessuno riesce a spiegarsi del tutto come abbia fatto.
L'opera fu commissionata da Raimondo di Sangro, principe di Sansevero (1710-1771), per la cappella di famiglia nel centro storico. Il principe era una figura fuori dal comune: scienziato, inventore, editore, massone, uomo di cultura vastissima e di reputazione ambigua.
Inizialmente l'incarico era stato dato allo scultore Antonio Corradini, che però morì nel 1752 lasciando solo un bozzetto in terracotta. Il lavoro passò allora a Giuseppe Sanmartino (1720-1793), scultore napoletano allora poco più che trentenne.
L'opera fu completata nel 1753.
Un Cristo morto disteso su un materasso, coperto da un sudario che aderisce completamente al corpo. Il velo non è un elemento aggiunto: è scolpito nello stesso blocco di marmo, e attraverso di esso si vedono le ferite, i lineamenti del volto, le vene delle mani.
Ai piedi della statua sono scolpiti gli strumenti della Passione: la corona di spine, le tenaglie, i chiodi.
L'effetto più impressionante è tattile prima che visivo: il marmo sembra tessuto bagnato.
Fin dall'Ottocento circola la voce che il principe di Sansevero, alchimista, avrebbe insegnato allo scultore un procedimento per «marmorizzare» un velo di tessuto vero steso sulla statua.
La leggenda è infondata. Esiste il contratto di pagamento e, soprattutto, una lettera dello stesso Raimondo di Sangro in cui si parla esplicitamente di un'opera scolpita «di un sol pezzo» di marmo. Gli esami condotti sull'opera confermano che si tratta interamente di marmo lavorato.
La leggenda però resiste, ed è interessante di per sé: dice quanto la figura del principe abbia colpito l'immaginazione dei napoletani.
La Cappella Sansevero contiene altre due sculture straordinarie con lo stesso tema del velo: «La Pudicizia» di Antonio Corradini (1752), figura femminile velata dedicata alla madre del principe, e «Il Disinganno» di Francesco Queirolo (1754), in cui un uomo si libera da una rete di corde interamente scolpita nel marmo — un lavoro tecnicamente ancora più difficile del Cristo.
Nel sotterraneo si trovano le Macchine Anatomiche: due scheletri con l'apparato circolatorio ricostruito. Anche qui la leggenda parlava di «metallizzazione» di corpi veri; le analisi hanno accertato che si tratta di scheletri umani con vasi ricostruiti artificialmente in cera, fil di ferro e seta.
Sanmartino ebbe una carriera lunga e prolifica, con opere in molte chiese napoletane, e fu anche uno dei più grandi autori di figure per il presepe: le sue statuine sono considerate il vertice assoluto del genere.
La cappella è piccola e l'ingresso è contingentato: prenota online con anticipo, soprattutto nei fine settimana e in alta stagione. La visita dura circa trenta-quaranta minuti. All'interno non è consentito fotografare.