Antonio Mancini nasce a Roma nel 1852 ma si trasferisce con la famiglia a Napoli in giovanissima età, e sarà proprio nella città partenopea che si forma artisticamente, all'Accademia di Belle Arti, sotto la guida di Filippo Palizzi e di Domenico Morelli — due dei più importanti rinnovatori della pittura napoletana dell'Ottocento. Da questo doppio apprendistato Mancini assorbe sia l'attenzione palizziana per l'osservazione analitica del vero sia il realismo psicologico moralleiano, ma li trasforma presto in un linguaggio pittorico assolutamente personale e riconoscibile.
Quello che rende Mancini una figura unica nel panorama artistico italiano del suo tempo è la sua tecnica pittorica, caratterizzata da una materia densa, quasi scultorea, applicata sulla tela con una tale accumulazione di colore da rendere le sue superfici pittoriche tridimensionali al tatto oltre che alla vista. Arrivò a sperimentare tecniche del tutto originali, come l'inserimento di piccoli frammenti di specchio o di carta stagnola direttamente nell'impasto pittorico per catturare riflessi di luce reale, un procedimento sperimentale che pochissimi altri pittori del suo tempo osarono anche solo tentare.
La sua fama attraversò rapidamente i confini italiani: il grande ritrattista americano John Singer Sargent, una delle figure più autorevoli della pittura internazionale a cavallo tra Otto e Novecento, arrivò a definire Mancini «il più grande pittore vivente», un giudizio che testimonia quanto il suo virtuosismo tecnico fosse riconosciuto e ammirato ben oltre l'ambito napoletano, in un momento in cui l'arte italiana faticava spesso a essere presa sul serio dalle grandi capitali artistiche europee.
Mancini soggiornò anche a Parigi, dove entrò in contatto con l'ambiente impressionista e post-impressionista, sebbene il suo linguaggio pittorico restasse sempre profondamente personale, mai realmente assimilabile alle correnti francesi coeve: la sua pennellata materica e la sua ossessione per la resa tattile della luce lo collocano in una posizione originale, difficile da classificare secondo le categorie stilistiche standard della storia dell'arte europea di fine secolo.
La sua vita fu segnata anche da difficoltà personali significative, incluso un periodo di ricovero per problemi di salute mentale nella prima parte della carriera, un'esperienza che secondo diversi critici influenzò l'intensità quasi febbrile della sua tecnica pittorica successiva. Nonostante queste difficoltà, Mancini continuò a lavorare fino a tarda età, mantenendo una produttività e una qualità tecnica sorprendenti anche negli ultimi decenni di vita.
I suoi soggetti preferiti includevano ritratti, scene di vita popolare napoletana — in particolare bambini di strada, i celebri «scugnizzi», ritratti con un'empatia e un'attenzione psicologica che li allontanano da qualsiasi rappresentazione bozzettistica o folcloristica — e autoritratti, genere in cui applicò con particolare intensità la propria ricerca sulla materia pittorica e sulla resa della luce.
Morì a Roma nel 1930, lasciando un'eredità artistica che solo negli ultimi decenni ha iniziato a ricevere il pieno riconoscimento internazionale che merita, con mostre e studi che hanno riportato l'attenzione su questo pittore che, per originalità tecnica e intensità espressiva, rimane uno dei protagonisti più sorprendenti e sottovalutati della pittura italiana tra Ottocento e Novecento, con radici artistiche profondamente e indelebilmente napoletane.