Per una volta non è finita male. Napoli ha ospitato un evento internazionale, ha ristrutturato decine di impianti sportivi in due anni, li ha consegnati in tempo e poi li ha lasciati aperti. Detto così sembra normale. Per chi conosce la storia recente delle grandi opere italiane, non lo è.
Le Universiadi estive del 2019 si sono svolte a Napoli e in Campania nel luglio di quell'anno: sono i giochi mondiali universitari, con migliaia di atleti da oltre cento paesi.
L'organizzazione ha comportato il recupero di decine di impianti sportivi in tutta la regione, molti dei quali chiusi o inutilizzabili da anni.
L'intervento più visibile è stato sullo stadio San Paolo, oggi Diego Armando Maradona: rimozione della pista di atletica, nuovi seggiolini, adeguamenti strutturali.
È l'operazione che ha dato allo stadio l'aspetto attuale, con gli spalti più vicini al campo.
La parte meno raccontata e più importante: piscine, palestre, campi e palazzetti in decine di comuni e quartieri sono stati rimessi in funzione.
Non tutti hanno poi trovato una gestione stabile — è il problema classico del post-evento — ma una parte consistente è rimasta in uso per attività sportiva di base.
Si tenne allo stadio San Paolo il 3 luglio 2019, con un impianto pieno. Fu uno dei pochi momenti recenti in cui la città si è mostrata al mondo per qualcosa che non era né calcio né criminalità.
La Mostra d'Oltremare a Fuorigrotta, che ospitò diverse competizioni, è un complesso monumentale razionalista degli anni Trenta con un parco di oltre settanta ettari.
Lo stadio Maradona si vede da fuori in qualsiasi momento, e dall'interno nei giorni di partita.
Perché ha dimostrato una cosa che a Napoli si dava per impossibile: che un'operazione pubblica complessa può chiudersi nei tempi. È un precedente, e i precedenti contano.