Guardi la facciata gialla e arancione, lunga, con le finestre allineate, e sembra un palazzo importante ma normale. Poi scopri che quello che vedi è un frammento: attorno c'erano giardini, terrazze, fontane e una scalinata che scendeva verso la città. Non è stato distrutto da una guerra. È stato costruito sopra.
Fu edificato attorno al 1730 per Ferdinando Vincenzo Spinelli, principe di Tarsia, su progetto di Domenico Antonio Vaccaro — lo stesso del chiostro maiolicato di Santa Chiara.
Non era solo una residenza: era un complesso con giardini terrazzati, ninfei, fontane e una grande scalinata che collegava il palazzo al livello inferiore della città.
Il principe di Tarsia vi raccolse una biblioteca di migliaia di volumi e la aprì al pubblico, cosa rarissima nel Settecento.
Il palazzo ospitava anche una collezione di antichità e strumenti scientifici. Era, nelle intenzioni, un luogo di cultura più che una casa: uno dei tentativi napoletani di trasformare il privilegio aristocratico in istituzione.
Il progetto non sopravvisse al suo fondatore: la biblioteca fu dispersa.
Tra Otto e Novecento l'espansione urbana ha progressivamente occupato i giardini. Sono stati costruiti edifici, aperte strade, cancellate le terrazze.
Della scalinata monumentale e del sistema di giardini resta pochissimo. Quello che si vede oggi è il corpo principale, inglobato in un tessuto urbano che gli è cresciuto addosso.
Perché racconta una cosa che a Napoli è successa decine di volte: il patrimonio non si perde solo per catastrofi, si perde per addizione. Nessuno ha demolito Palazzo Tarsia. Gli hanno solo costruito intorno finché non è rimasto niente da vedere.
Zona Tarsia, tra Montesanto e il corso Vittorio Emanuele. La facciata si guarda dalla strada. È vicino alla funicolare di Montesanto e alla Pignasecca.