Ne vedi decine appesi ai banchi dei souvenir, colorati, verniciati, con Vesuvio dipinto sopra. Poi ne prendi in mano uno vero e capisci che sono due oggetti diversi: uno è un ricordo, l'altro è uno strumento musicale con quasi trecento anni di progettazione dietro.
Il mandolino napoletano ha caratteristiche precise che lo distinguono dagli altri mandolini: la cassa a doghe — costruita incollando strisce di legno curvate, come una piccola botte — e la tavola armonica piegata dietro il ponticello.
Ha quattro cori doppi di corde metalliche, accordati come un violino. È diverso dal mandolino lombardo, e completamente diverso dal mandolino americano a cassa piatta.
Tra Otto e Novecento Napoli è stata il centro produttivo mondiale del mandolino. Le botteghe napoletane esportavano in tutta Europa e nelle Americhe, seguendo le rotte dell'emigrazione italiana.
Lo strumento è legato a doppio filo alla canzone napoletana: molte delle canzoni che il mondo conosce sono nate con quell'accompagnamento, e il suono del mandolino è diventato per associazione il suono di Napoli.
Costruire un mandolino a doghe richiede piegare il legno, incollarlo su una forma, assottigliare la tavola, tarare la catena, montare il ponticello. Sono decine di operazioni manuali che non si possono industrializzare senza cambiare il suono.
Restano pochissimi costruttori. La filiera si è assottigliata quando lo strumento è uscito di moda nel secondo dopoguerra, e non si è mai ricostituita completamente.
Negli ultimi decenni il repertorio classico napoletano per mandolino è stato riscoperto da musicisti e conservatori, e questo ha riportato una domanda di strumenti seri.
Il Conservatorio di San Pietro a Majella — che conserva uno dei più importanti archivi musicali d'Europa — ha un ruolo in questa riscoperta.
Guarda il fondo. Le doghe si vedono: sono strisce distinte, non un guscio unico stampato.
Guarda la tavola. Deve esserci la piega dietro il ponticello.
Sollevalo. Uno strumento vero è leggero e risuona quando lo tocchi. Un souvenir è pesante e muto.
E chiedi il prezzo. Uno strumento costruito a mano costa quanto costa il lavoro. Se costa venti euro, non suona.
Nelle botteghe di liuteria del centro storico, e chiedendo al Conservatorio: chi insegna sa chi costruisce.