Ogni settembre, alla Mostra d'Oltremare di Fuorigrotta, il Giardino dei Cedri si riempie di birrifici, stand gastronomici e palchi per il Napoli Beer Fest Sound & Food: quest'anno, alla sua seconda edizione, si è tenuto dal 3 al 6 settembre 2026, con ingresso a 4 euro a serata, otto birrifici artigianali, venti stand di street food e un concerto diverso ogni sera — da Sud Sound System a Punkreas, passando per i Modena City Ramblers e Tony Tammaro. Ma dietro ogni bicchiere versato in quelle quattro serate c'è una storia molto più lunga di un solo festival: quella della birra stessa, dei suoi bicchieri, e di come una regione di vino come la Campania sia diventata, quasi senza che ce ne accorgessimo, anche terra di birra artigianale.
La birra è, insieme al vino, una delle bevande fermentate più antiche prodotte dall'uomo: le prime testimonianze certe arrivano dalla Mesopotamia, dove i Sumeri producevano già birra migliaia di anni fa, con oltre venti tipologie diverse per intensità e diffusione. La testimonianza più celebre è l'Inno a Ninkasi, un testo sumero di quasi quattromila anni che celebra la dea della birra e contiene, incastonata nei versi, quella che è considerata la più antica ricetta di birrificazione mai ritrovata: pane d'orzo fermentato, alla base di tutto. Per i Sumeri la birra non era un vizio ma un dono divino, consumato tanto dal popolo quanto dall'élite, offerto nei riti religiosi.
Per secoli, praticamente tutta la birra prodotta in Europa era quello che oggi chiamiamo ale: fermentata a temperature relativamente alte da lieviti che lavorano in superficie. Il salto verso la lager — fermentata più lentamente, a temperature basse, da lieviti che lavorano sul fondo del tino — arriva secondo la tradizione nel Cinquecento, quasi per caso: i birrai bavaresi che conservavano la birra in grotte fresche durante l'estate si accorsero che il risultato, dopo settimane di riposo al freddo, era una bevanda più limpida e stabile. Da quella scoperta accidentale nasce l'intera famiglia delle lager, oggi la categoria di birra più bevuta al mondo.
Se oggi la maggior parte delle birre nel mondo sono chiare, dorate, limpide, il merito — o la responsabilità — è di un solo birraio bavarese, Josef Groll, chiamato nel 1842 a risollevare le sorti della birra della città boema di Plzeň, tanto scadente da aver provocato pochi anni prima una vera e propria rivolta popolare. Il 5 ottobre 1842, usando malto locale tostato con calore indiretto, il pregiato luppolo Saaz e l'acqua di Plzeň, Groll produce la prima pale lager della storia: la Pilsner Urquell. Quella birra chiara e dorata, presentata ufficialmente l'11 novembre 1842 durante la festa di San Martino, ha dato origine a un intero stile — la Pils — che oggi da solo rappresenta più dell'80% della produzione birraria mondiale.
Chi lavora dietro un bancone di birra artigianale insiste sempre sullo stesso punto: il bicchiere non è un dettaglio estetico, cambia davvero come si percepisce la birra. Il boccale o pinta dritta, quello più comune, va bene per lager e ale semplici, dove non serve concentrare aromi complessi. Il calice tulipano, che si stringe verso l'alto, è pensato per le birre belghe e le IPA più aromatiche: la forma trattiene la schiuma e concentra i profumi verso il naso di chi beve. Il bicchiere da weizen, alto, sottile e leggermente curvo, è stato disegnato apposta per le birre di frumento bavaresi, per dare spazio alla loro schiuma densa e persistente e mostrarne la caratteristica torbidità. Il tulipano piccolo o snifter, lo stesso usato per i distillati, si usa per le birre più alcoliche e strutturate come i barley wine, dove l'obiettivo è concentrare al massimo gli aromi complessi. Il flute, stretto e allungato, esalta la carbonazione e il colore delle lager più chiare e delicate, come le Pilsner.
Sotto le centinaia di stili di birra oggi in commercio, c'è una sola distinzione tecnica fondamentale: il tipo di lievito e la temperatura di fermentazione. Le ale fermentano a temperature più alte, tra i 15 e i 24 gradi, con lieviti che lavorano in superficie e producono aromi fruttati ed esteri più pronunciati — è la famiglia storica più antica, quella di IPA, stout, weizen e saison. Le lager fermentano più lentamente, a temperature basse tra 7 e 13 gradi, con lieviti che lavorano sul fondo, producendo profili più puliti e diretti — è la famiglia della Pilsner e delle lager industriali più diffuse al mondo. Tutto il resto — colore, amaro, gradazione, ingredienti — è variazione dentro una di queste due grandi famiglie.
La IPA (India Pale Ale) deve il nome, secondo la tradizione più diffusa tra gli storici della birra, alle rotte commerciali dell'Impero britannico verso l'India: per resistere ai lunghi viaggi in mare, le ale destinate alle colonie venivano luppolate più intensamente, perché il luppolo ha anche proprietà conservanti — da qui l'amaro pronunciato che ancora oggi caratterizza lo stile. La stout, scura, corposa, con note di caffè e cioccolato, nasce in Irlanda dall'uso di malti tostati fino quasi a bruciarli, la stessa tecnica dietro la Guinness. Il weizen o weissbier bavarese si distingue per l'uso di una quota importante di frumento oltre all'orzo, che regala note di banana e chiodi di garofano tipiche dei lieviti usati. La saison, di origine belga contadina, nasce come birra rinfrescante prodotta d'inverno per essere bevuta dai lavoratori agricoli durante l'estate, ed è oggi apprezzata per il suo carattere secco e speziato.
La Campania è terra di vino da millenni, ma negli ultimi anni ha vissuto quello che diversi osservatori del settore descrivono come una piccola rivoluzione brassicola. Tra i protagonisti di questa crescita c'è il Birrificio Artigianale Napoletano, nato nell'ottobre 2019 dall'esperienza imprenditoriale della famiglia Caso — attiva nella distribuzione di bevande fin dal 1953 — e diventato il primo birrificio in Italia completamente automatizzato secondo i principi dell'Industria 4.0. Dai suoi impianti nasce N'Artigiana, presentata come la prima birra prodotta con il sole di Napoli, grazie a un impianto fotovoltaico dedicato. Accanto a questa realtà si è affermata Kbirr, tra i primi birrifici artigianali 100% napoletani, parte di quel movimento brassicolo cittadino che ha iniziato a proporre la birra come alternativa credibile al vino nell'immaginario gastronomico regionale.
Il Napoli Beer Fest si tiene alla Mostra d'Oltremare, il grande complesso fieristico nato come parco espositivo negli anni Quaranta e diventato nel tempo anche polo culturale e musicale della città, nel quartiere di Fuorigrotta, ben collegato al resto di Napoli tramite la metropolitana Linea 2. È un festival giovane — questa è solo la sua seconda edizione — ma già radicato nel calendario cittadino di fine estate, ed è il modo più diretto per assaggiare in una sola serata la distanza che separa una lager industriale da una birra artigianale prodotta a pochi chilometri da dove la si sta bevendo: la stessa distanza, in fondo, che separa un boccale qualsiasi dal bicchiere giusto.