Il cibo di strada a Napoli non è una moda recente né un'attrazione per visitatori: è il modo storico in cui una città densissima e a lungo poverissima ha risolto il problema di mangiare. Molti dei suoi piatti nascono come cibo da lavoro, economico e ipercalorico, pensato per essere consumato in piedi in cinque minuti.
Questo spiega anche perché quasi tutto sia fritto: il fritto è veloce, conserva, e rende sazi con poco.
Una pizza margherita di diametro ridotto, piegata in quattro e avvolta nella carta. Nasce per essere mangiata camminando e costa una frazione di una pizza al tavolo. Va mangiata subito, ancora bollente: raffreddandosi perde tutto. È il modo più economico di provare la pizza napoletana, ma non sostituisce quella al piatto.
Esiste anche la versione storica del credito: la pizza a otto, mangiata oggi e pagata otto giorni dopo, pratica diffusa nella Napoli ottocentesca.
Il cono di carta con il fritto misto, ed è probabilmente l'emblema dello street food napoletano. Ne esistono due famiglie: quello di mare (alici, calamari, gamberi) e quello di terra, che è il vero classico popolare e contiene crocchè, frittatine, zeppoline e panzarotti.
Un blocco di bucatini legati con besciamella, piselli e prosciutto, impanato e fritto. Sono probabilmente il pezzo più napoletano di tutti e uno dei pochi che non ha equivalenti altrove. Da mangiare calde.
Crocchette di patate allungate, condite con prezzemolo e a volte con provola all'interno. La regola non scritta: se il filo di formaggio si allunga quando la spezzi, sei nel posto giusto.
Palline di pasta lievitata fritta, spesso con alghe (zeppoline 'e mare). Semplicissime e per questo un ottimo indicatore della qualità dell'olio di frittura di un banco.
Un disco di pasta farcito — tipicamente ricotta, ciccioli, provola, pepe — richiuso e fritto. Nasce nel dopoguerra, quando la farina era scarsa e il forno costoso: friggere permetteva di lavorare senza legna. È un piatto pesante e va affrontato con onestà: una a testa è già molto.
La sfogliatella ha due forme: riccia, a strati croccanti, e frolla, dalla pasta morbida. La ricetta nasce nel monastero di Santa Rosa sulla Costiera Amalfitana nel Seicento e arriva a Napoli nell'Ottocento. Va mangiata calda, appena sfornata.
Il babà ha invece origine polacca ed è arrivato a Napoli attraverso la Francia nell'Ottocento, diventando poi più napoletano che altrove. Il rum non è un'aggiunta facoltativa: è la struttura del dolce.
Sugna, pepe e mandorle. Nati come recupero degli scarti della lavorazione del pane, sono il classico accompagnamento della passeggiata sul lungomare, spesso con una birra.
Le zone con la maggiore concentrazione sono i decumani nel centro storico, la Pignasecca (mercato storico vicino a via Toledo), Porta Nolana e il lungomare. La regola più affidabile resta la stessa in tutta la città: guarda chi è in fila. Se sono soprattutto napoletani in pausa pranzo, il banco è buono. E cerca il ricambio: il fritto deve uscire dall'olio mentre lo ordini, non stare in vetrina da un'ora.