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Il Museo di Capodimonte in due giorni: guida alle opere — Guida al museo · Capodimonte
10b — Itinerari

Il Museo di Capodimonte in due giorni: guida alle opere

📍 Guida al museo · Capodimonte

Ci sono musei che si attraversano e musei in cui si entra. Capodimonte è il secondo, e il motivo è nella sua origine: non è una reggia a cui sono stati aggiunti dei quadri, è un edificio costruito per contenere una collezione. Carlo di Borbone aveva ereditato dalla madre una delle più grandi raccolte private d'Europa e non sapeva dove metterla. Costruì una collina intera attorno.

Chi ci passa due ore vede il dieci per cento. Chi ci passa due giorni comincia a capire cosa ha davanti.

Da dove viene tutto

Elisabetta Farnese, ultima discendente della famiglia che aveva raccolto per due secoli, sposa Filippo V di Spagna. Suo figlio Carlo diventa re di Napoli nel 1734 e si porta l'eredità materna: la collezione Farnese, formata a Roma e Parma da papi e cardinali con i mezzi che avevano.

Nel 1738 fa iniziare la costruzione della reggia sulla collina. Non era una residenza: era un contenitore, e un modo per dire all'Europa che Napoli era tornata capitale di sé stessa.

Alla collezione Farnese si aggiungeranno nei secoli le opere provenienti da chiese e conventi napoletani soppressi, e poi il Novecento e il contemporaneo.

PRIMO GIORNO — La collezione Farnese

Il primo piano. Qui c'è il Rinascimento, e va affrontato con calma perché è la parte in cui è più facile andare in saturazione.

Simone Martini, e perché è la prima cosa da vedere

«San Ludovico di Tolosa incorona Roberto d'Angiò», del 1317. Un pannello enorme, dorato, con due figure sedute una accanto all'altra.

È un'opera politica prima che devozionale: Roberto d'Angiò era il fratello minore di Ludovico, che aveva rinunciato al trono per farsi francescano. Quando Ludovico viene fatto santo, Roberto commissiona a Simone Martini un quadro in cui il santo incorona lui. La santità della famiglia legittima il potere di chi è rimasto.

Guardala sapendo questo e cambia completamente.

Masaccio

La Crocifissione, parte del polittico che Masaccio dipinse per il Carmine di Pisa nel 1426 e che è stato smembrato tra vari musei.

È piccola, e va guardata da vicino per una ragione tecnica: Masaccio la dipinse per essere vista dal basso, e quindi la prospettiva è deformata. La Maddalena vista da dietro, con il manto rosso e le braccia aperte, è una delle figure più moderne di tutto il Quattrocento.

Botticelli

«Madonna col Bambino e due angeli», opera giovanile. Non ha la celebrità della Primavera, e proprio per questo si guarda in pace: c'è già tutto il disegno che diventerà suo.

Bellini e Mantegna

Giovanni Bellini, la Trasfigurazione: un Cristo su un prato, con due pastori in basso che non capiscono cosa sta succedendo. La luce è il soggetto del quadro.

Andrea Mantegna, il ritratto di Francesco Gonzaga da ragazzo. Un volto duro, senza nessuna concessione: Mantegna dipingeva le persone come le vedeva, e ai committenti non sempre piaceva.

Tiziano, che a Capodimonte è di casa

Tre opere capitali, e questa è la ragione principale per cui il museo è tra i grandi d'Europa.

«Danae» (1544-46). Dipinta a Roma per il cardinale Alessandro Farnese. Michelangelo la vide in studio e — secondo il racconto di Vasari — commentò che i veneziani non sapevano disegnare. Guardala e giudica.

«Paolo III Farnese con i nipoti» (1545-46). Il ritratto di famiglia più spietato della storia della pittura: un papa vecchissimo e vigile, seduto, e due nipoti di cui uno si inchina con un'obliquità che dice tutto. È un quadro sul potere e sulla successione, ed è rimasto incompiuto — probabilmente perché era troppo vero.

La Maddalena, in una delle versioni tizianesche del tema.

Parmigianino, «Antea»

Il ritratto più enigmatico del museo. Una giovane donna, di tre quarti, con una pelliccia di martora sulla spalla e uno sguardo che non si decide.

Non si sa chi sia. È stata identificata come una cortigiana, una nobildonna, una serva, la sorella dell'artista, un tipo ideale. Nessuna delle ipotesi è dimostrata, e la sua fama dipende in parte proprio da questo.

Correggio, Bruegel, El Greco

Correggio, la «Zingarella»: una Madonna che dorme all'aperto, senza trono e senza corte, in una luce che filtra tra le foglie.

Pieter Bruegel il Vecchio, «La parabola dei ciechi» e «Il Misantropo», entrambi del 1568. Sono tra le ultime opere che dipinse, e sono le più amare: sei ciechi in fila che cadono uno dopo l'altro, e un uomo incappucciato a cui rubano la borsa mentre cammina guardandosi i piedi.

Non c'è consolazione in nessuno dei due. Sono i quadri che ti restano addosso all'uscita.

El Greco, «Il soffio sul tizzone»: un ragazzo che soffia su una brace, con la luce che gli sale sul viso dal basso. Un esercizio sulla luce prima che Caravaggio nascesse.

L'armeria e la collezione di porcellane

Prima di uscire dal primo giorno, due cose che quasi tutti saltano.

L'armeria Farnese: armature e armi da parata, di una qualità artigianale che oggi non esiste più.

E soprattutto il salottino di porcellana di Maria Amalia, smontato dalla Reggia di Portici e ricostruito qui: una stanza interamente rivestita di porcellana della Real Fabbrica di Capodimonte, con più di tremila pezzi. È uno degli ambienti più straordinari d'Italia e sta in una sala che molti attraversano.

SECONDO GIORNO — Napoli, e il Novecento

Il secondo piano. Qui non c'è più l'Europa: c'è Napoli, e per tre secoli Napoli ha prodotto pittura ai massimi livelli.

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Colantonio e la partenza

«San Girolamo nello studio», di metà Quattrocento. Un santo che tira la spina dalla zampa del leone, in uno studio pieno di biglietti appuntati alla parete, forbici, libri, un paio di occhiali.

Colantonio fu il maestro di Antonello da Messina, e questo quadro è il punto in cui la pittura napoletana incontra la precisione fiamminga. È l'inizio di tutto quello che segue.

Caravaggio, la Flagellazione

«Flagellazione di Cristo», dipinta a Napoli tra il 1607 e il 1610 per la chiesa di San Domenico Maggiore, dove restò per tre secoli.

Tre figure emergono dal nero: un Cristo legato alla colonna e due aguzzini. Uno gli tira i capelli, l'altro gli lega le gambe con un ginocchio piantato dietro il polpaccio. Non c'è nessun pubblico, nessuna folla, nessun contesto: solo il lavoro fisico di fare male a qualcuno.

È uno dei due Caravaggio napoletani del suo secondo soggiorno, l'altro è il Martirio di sant'Orsola alle Gallerie d'Italia. Vederli nello stesso viaggio è una delle cose migliori che si possano fare a Napoli.

Artemisia Gentileschi

«Giuditta e Oloferne». Una donna che decapita un uomo, dipinta da una donna che aveva subito uno stupro e sostenuto il processo pubblico contro il proprio aggressore.

Artemisia visse a Napoli per lunghi periodi e vi lavorò molto. La forza del quadro non sta nel sangue: sta nella postura di lavoro delle due figure femminili, che spingono come si spinge su qualcosa che resiste.

Ribera, Stanzione, Caracciolo

La generazione che assorbe Caravaggio e la porta avanti.

Jusepe de Ribera, spagnolo di nascita e napoletano di carriera: i suoi santi e filosofi hanno mani da lavoratori e volti presi dalla strada.

Battistello Caracciolo e Massimo Stanzione: la scuola caravaggesca napoletana, che è la più estesa e la più duratura d'Europa.

Luca Giordano e Solimena

Il barocco pieno. Luca Giordano era chiamato «Luca fa presto» per la velocità con cui dipingeva, e lavorò in mezza Europa. Francesco Solimena chiude il ciclo e forma la generazione del Settecento.

Guardarli dopo Caravaggio serve a capire il passaggio: dalla verità brutale alla macchina scenografica.

L'Ottocento napoletano

La Scuola di Posillipo e i pittori di paesaggio: Giacinto Gigante, Anton Sminck van Pitloo. Poi Domenico Morelli, Filippo Palizzi, Antonio Mancini.

È la sezione meno visitata e una delle più belle, perché racconta la città in cui è stata dipinta.

Il contemporaneo, e il Vesuvio di Warhol

Capodimonte ha una sezione di arte contemporanea che quasi nessuno si aspetta.

Il pezzo celebre è il «Vesuvius» di Andy Warhol (1985), realizzato per una mostra napoletana: un vulcano in eruzione a colori acidi, serigrafato. È diventato l'immagine con cui il museo si presenta, e c'è una ragione: Warhol ha fatto al Vesuvio quello che aveva fatto a Marilyn, trasformandolo in un'icona ripetibile.

Attorno ci sono opere di Burri, Paladino, Kounellis, Kiefer e altri.

Come organizzare i due giorni, in pratica

Giorno uno — arriva all'apertura, primo piano, collezione Farnese. Fermati prima di essere stanco: la saturazione visiva è reale e dopo tre ore non vedi più niente. Poi esci nel bosco e mangia lì.

Giorno due — secondo piano, galleria napoletana e contemporaneo. Più leggero, e con meno gente.

Regola — non più di tre ore consecutive dentro. Il bosco esiste anche per questo: centoventi ettari gratuiti in cui riposare gli occhi.

Informazioni pratiche

Verifica sempre orari, giorno di chiusura e sale accessibili: il museo ne ha moltissime e alcune ruotano o chiudono per restauri.

Controlla le domeniche gratuite dei musei statali e le riduzioni per under 25.

Il Real Bosco è gratuito e ha orari propri, che chiudono al tramonto.

Perché è meno visitato di quanto meriti

Capodimonte sta su una collina, non è sui percorsi turistici del centro, e non ha un nome che i visitatori stranieri riconoscono come riconoscono gli Uffizi.

Il risultato è che una delle grandi pinacoteche d'Europa si visita quasi in pace. È il vantaggio da sfruttare adesso.

Prima o dopo

A dieci minuti a piedi ci sono le Catacombe di San Gennaro, le più estese del Sud Italia. Scendendo si arriva alla Sanità, con i palazzi di Sanfelice e il Cimitero delle Fontanelle.

Il quartiere di Capodimonte e il bosco, per il resto della giornata.

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