Se Ribera e Battistello Caracciolo rappresentano il volto più drammatico e tenebroso del caravaggismo napoletano, Massimo Stanzione ne incarna la variante opposta: un naturalismo temperato da una grazia compositiva ed emotiva che i contemporanei stessi paragonarono a quella di Guido Reni, il grande maestro classicista bolognese, tanto da valergli il soprannome di «Guido Reni napoletano». Nato probabilmente a Orta di Atella, vicino Napoli, intorno al 1585, Stanzione si formò inizialmente in un contesto ancora legato al tardo manierismo, prima di aprirsi con decisione all'influenza caravaggesca che a Napoli, nei primi decenni del Seicento, era ormai diventata il linguaggio dominante.
Ciò che distingue Stanzione dai contemporanei più radicalmente caravaggeschi è la capacità di mantenere, anche nelle scene più drammatiche, una compostezza formale e una dolcezza espressiva che rendono le sue opere immediatamente riconoscibili: i suoi volti femminili, in particolare, hanno una delicatezza quasi idealizzata che li allontana dal realismo crudo di un Ribera, pur senza mai perdere l'intensità luministica tipica della scuola napoletana. Questo equilibrio tra naturalismo e classicismo lo rese particolarmente apprezzato dalla committenza religiosa più raffinata, che cercava opere capaci di suscitare devozione senza l'urto emotivo talvolta quasi violento di altri maestri del tempo.
Stanzione lavorò estesamente per i principali ordini religiosi napoletani, lasciando cicli decorativi di grande respiro nella Certosa di San Martino — dove convive, negli stessi ambienti, con le opere ben più cupe di Ribera e Battistello, offrendo un confronto stilistico che ancora oggi affascina gli storici dell'arte — e in numerose altre chiese cittadine. Fu inoltre autore di importanti cicli per la Chiesa di Santa Maria della Solitaria e per Santa Maria Donnaregina, opere che confermano la sua posizione di primo piano nel panorama artistico napoletano della prima metà del Seicento.
Un aspetto della sua biografia spesso citato riguarda il rapporto professionale e forse anche personale con Artemisia Gentileschi durante gli anni napoletani della pittrice: le due botteghe erano attive negli stessi ambienti e per committenti spesso sovrapposti, e alcuni storici dell'arte hanno ipotizzato scambi di influenze reciproche tra i due artisti, sebbene la documentazione diretta su una collaborazione resti limitata. Quello che è certo è che Stanzione, come Artemisia, seppe costruire una carriera di successo in un ambiente pittorico napoletano estremamente competitivo e affollato di talenti.
La sua produzione non si limitò alla pittura sacra: realizzò anche opere a soggetto mitologico e allegorico per committenti privati, mostrando una versatilità tematica che, unita alla qualità tecnica costante, contribuì a mantenerlo tra i pittori più richiesti della città per diversi decenni. La sua bottega, pur meno documentata rispetto a quella di Solimena o Giordano, formò comunque diversi allievi che ne prolungarono lo stile oltre la sua stessa attività diretta.
Morì a Napoli, secondo le fonti più accreditate, intorno al 1656 — probabilmente vittima, come molti napoletani di quell'anno, della terribile epidemia di peste che devastò la città, la stessa che forse si portò via anche Artemisia Gentileschi. Le sue opere restano visibili soprattutto alla Certosa di San Martino e in diverse chiese del centro storico, testimonianza di un talento che seppe conciliare la rivoluzione naturalistica del secolo con un'eleganza formale capace di parlare a un pubblico più ampio e diversificato rispetto ai maestri più estremi della scuola caravaggesca napoletana.
Il soprannome di «Guido Reni napoletano», per quanto oggi possa apparire riduttivo — quasi a definirlo solo per confronto con un maestro esterno alla scuola cittadina — va letto piuttosto come un riconoscimento del suo posto specifico nell'ecosistema pittorico partenopeo: la prova che a Napoli, accanto al naturalismo più drammatico, esisteva ed era apprezzato anche un registro più armonioso, capace di intercettare sensibilità diverse all'interno della stessa straordinaria stagione artistica.