La storia della Scuola di Posillipo, il movimento pittorico che rivoluzionò il modo di dipingere il paesaggio nella Napoli dell'Ottocento, comincia paradossalmente con uno straniero. Anton Sminck van Pitloo nasce nel 1791 ad Arnhem, nei Paesi Bassi, in una famiglia di artisti — suo padre era anch'egli pittore — e si forma inizialmente in un ambiente nordeuropeo dove la tradizione paesaggistica olandese, con la sua attenzione secolare alla luce naturale e ai fenomeni atmosferici, era già profondamente radicata, ben più che nell'Italia dell'epoca ancora dominata dalla pittura storica e accademica.
Pitloo arriva a Roma nel 1811, in un periodo in cui la città era il centro obbligato di formazione per qualsiasi artista europeo ambizioso, ma è il trasferimento a Napoli, avvenuto nel 1816, a segnare la svolta decisiva della sua carriera. Nella città partenopea, Pitloo trova un paesaggio — il golfo, il Vesuvio, la costa frastagliata verso Posillipo — che gli offre uno stimolo visivo completamente diverso da qualunque cosa avesse conosciuto in precedenza, e inizia a dipingerlo con un approccio rivoluzionario per l'epoca: uscendo dallo studio per lavorare a diretto contatto con il soggetto, en plein air, catturando la luce reale del momento invece di ricostruirla a memoria in atelier.
Nel 1820 Pitloo ottiene la cattedra di paesaggio presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli, una posizione che gli permette di trasmettere direttamente il proprio metodo a una generazione di giovani artisti napoletani, tra cui il suo allievo più importante e destinato a superarlo in fama, Giacinto Gigante. È proprio attraverso questo rapporto maestro-allievo che nasce, tecnicamente, la Scuola di Posillipo: Pitloo fornisce il metodo e la sensibilità nordeuropea per la luce naturale, mentre i suoi allievi napoletani la applicano e la sviluppano su un paesaggio mediterraneo che diventa il vero protagonista assoluto di questa nuova pittura.
Lo stile di Pitloo si distingue per una pennellata più densa e materica rispetto alla leggerezza ad acquerello che caratterizzerà poi Gigante: lavora prevalentemente a olio, con una tavolozza che privilegia gli ocra, i verdi terrosi e gli azzurri atmosferici, costruendo composizioni che, pur mantenendo un'accuratezza quasi documentaria nella resa dei luoghi, iniziano a introdurre una libertà di tocco che anticipa sensibilità pittoriche molto più tarde nel secolo. I suoi dipinti del golfo, di Baia, dei Campi Flegrei, restituiscono un senso di luce mediterranea che nessun pittore italiano formatosi nella sola tradizione accademica era ancora riuscito a catturare con altrettanta immediatezza.
La sua posizione all'Accademia gli permise inoltre di legittimare culturalmente, agli occhi dell'establishment artistico napoletano spesso diffidente verso le novità, questa pratica pittorica che usciva dai canoni consolidati: il fatto che un professore ufficiale dell'Accademia dipingesse dal vero, all'aperto, contribuì a rendere questa pratica rispettabile e imitabile, aprendo la strada a un intero movimento che altrimenti avrebbe forse faticato a trovare legittimità istituzionale.
Pitloo morì prematuramente a Napoli nel 1837, a soli quarantacinque anni, non facendo in tempo a vedere la piena fioritura del movimento che aveva contribuito a fondare — fioritura che sarebbe arrivata proprio grazie al lavoro del suo allievo Gigante e degli artisti che a loro volta si formarono attorno a lui negli anni successivi. La sua figura resta tuttavia storicamente cruciale: senza l'incontro tra la sensibilità paesaggistica nordeuropea di questo pittore olandese e la luce del golfo di Napoli, la Scuola di Posillipo — uno dei capitoli più originali e meno conosciuti internazionalmente della pittura italiana dell'Ottocento — probabilmente non sarebbe mai esistita nella forma che conosciamo.
Le sue opere sono conservate principalmente al Museo di San Martino, accanto a quelle dei suoi allievi, in un allestimento che permette di ricostruire visivamente l'intera genealogia di questo movimento: dal maestro olandese arrivato per caso a Napoli, fino agli acquerelli luminosissimi di Gigante che ne rappresentano la piena, matura fioritura.
La sua vicenda personale racconta anche qualcosa di più ampio sulla Napoli cosmopolita del primo Ottocento: una città capace di attirare, formare e trattenere talenti stranieri, trasformandoli in protagonisti della propria scena culturale — un dinamismo internazionale che la storiografia artistica cittadina tende talvolta a sottovalutare rispetto ai secoli precedenti, ma che questo pittore olandese dimostra essere stato tutt'altro che esaurito.