Artemisia Gentileschi
Quando arriva a Napoli, intorno al 1630, Artemisia Gentileschi ha poco meno di quarant'anni ed è già una pittrice affermata. Ci resterà, salvo una parentesi a Londra, per il resto della vita: oltre vent'anni, il periodo più lungo della sua carriera e anche quello meno raccontato.
Prima di Napoli
Nasce a Roma l'8 luglio 1593, figlia del pittore Orazio Gentileschi, che le insegna il mestiere in bottega. Nel 1611 viene violentata da Agostino Tassi, pittore che lavorava con il padre; il processo, chiuso nel 1612, la costringe anche alla tortura per verificare la sua testimonianza. Tassi viene condannato a un esilio che non sconterà mai. Artemisia si sposa e si trasferisce a Firenze, dove lavora per la corte medicea e nel 1616 diventa la prima donna ammessa all'Accademia delle Arti del Disegno. Poi di nuovo Roma e Venezia, prima di Napoli.
Perché Napoli
Nella Napoli vicereale c'erano committenti ricchi, una nobiltà che si misurava a colpi di quadri e una scena pittorica fitta: dopo il passaggio di Caravaggio lavoravano in città Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione, Battistello Caracciolo. Artemisia apre una bottega, lavora per collezionisti italiani e stranieri e ottiene commissioni pubbliche, cosa rara per una donna. I suoi soggetti preferiti restano le eroine bibliche e antiche, Giuditta, Susanna, Lucrezia, Cleopatra, dipinte come protagoniste che agiscono e soffrono, non come figure da guardare.
Le opere che si vedono oggi
Al Museo di Capodimonte ci sono due quadri chiave. La Giuditta che decapita Oloferne, versione più antica del soggetto che la rese famosa (l'altra è agli Uffizi), dipinta prima del periodo napoletano. E l'Annunciazione, datata 1630, una delle prime opere fatte a Napoli e una delle sue rare pale d'altare.
Tra il 1635 e il 1637 dipinge tre grandi tele per il coro della cattedrale di Pozzuoli: San Gennaro nell'anfiteatro di Pozzuoli, l'Adorazione dei Magi e i Santi Procolo e Nicea. Danneggiate da un incendio nel 1964, sono passate per San Martino e Capodimonte e sono tornate a Pozzuoli nel 2014, nella cattedrale del Rione Terra. È l'unico posto in cui si vede Artemisia nel luogo per cui ha dipinto.
Londra e il ritorno
Nel 1638 raggiunge il padre a Londra, alla corte di Carlo I. Orazio muore nel 1639; lei è di nuovo a Napoli entro il 1642.
Le lettere
Di Artemisia restano molte lettere, una fonte rara per un artista del Seicento. Le più citate sono quelle del 1649 al collezionista messinese Antonio Ruffo, a cui difende i suoi prezzi e il suo valore: in una gli promette che troverà lo spirito di Cesare nell'anima di una donna, in un'altra che gli farà vedere cosa sa fare una donna. In un'altra ancora racconta di un committente che, per spendere meno, aveva fatto eseguire da un altro pittore un suo disegno, e osserva che a un uomo non sarebbe successo. Non sono letture moderne proiettate all'indietro: è lei a scriverlo.
La morte, tra fatti e ipotesi
Le ultime notizie certe sono del 1654. Muore a Napoli tra il 1654 e il 1656; che sia stata la peste del 1656 è un'ipotesi, non un fatto provato. Secondo le fonti fu sepolta nella chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, sotto una lapide con la sola scritta «Heic Artemisia». Di quella sepoltura oggi non resta traccia.
La riscoperta
Dopo la morte il suo nome scivola in secondo piano rispetto al padre. Il primo a rimetterla al centro è Roberto Longhi, con un saggio del 1916; dagli anni Settanta la storia dell'arte femminista, con studiose come Mary Garrard, ne fa una figura centrale del caravaggismo. Nel 2022-2023 le Gallerie d'Italia di Napoli le hanno dedicato una mostra proprio sugli anni napoletani.