Nato ad Arenella, allora piccolo borgo sulle colline alle spalle di Napoli, nel 1615, Salvator Rosa è probabilmente la figura più sfaccettata e anticonformista dell'intero panorama artistico napoletano del Seicento: non fu soltanto pittore, ma anche poeta satirico, musicista, attore dilettante e incisore, un artista totale nel senso più letterale del termine, in un'epoca in cui questa versatilità era tutt'altro che comune. Si formò inizialmente nell'ambiente della pittura napoletana di paesaggio e di battaglie, generi allora considerati minori rispetto alla grande pittura storica e religiosa, ma che proprio grazie a lui iniziarono a guadagnare una dignità artistica nuova.
I suoi paesaggi, spesso animati da banditi, eremiti, naufraghi e scene di battaglia ambientate in scenari naturali selvaggi e drammatici — rocce scoscese, alberi contorti, cieli tempestosi — rappresentano una delle prime, vere anticipazioni della sensibilità che due secoli più tardi sarebbe stata definita romantica: un gusto per il sublime, per la natura non addomesticata, per l'irregolare e il tempestoso, in aperto contrasto con l'armonia classicista allora dominante nella pittura di paesaggio italiana.
Rosa si trasferì giovanissimo a Roma, dove la sua carriera esplose rapidamente grazie anche a una personalità pubblica volutamente provocatoria: scrisse satire in versi contro la società del proprio tempo, si esibì come attore in commedie improvvisate di propria composizione, e coltivò un'immagine di artista ribelle e indipendente dal sistema delle committenze tradizionali — un atteggiamento che, unito al suo talento innegabile, lo rese al tempo stesso ammirato e temuto negli ambienti artistici romani e napoletani.
Fu anche un incisore di straordinaria qualità: le sue acqueforti, diffuse in tutta Europa attraverso il commercio delle stampe, contribuirono a diffondere il suo stile e la sua fama ben oltre i confini italiani, influenzando generazioni successive di pittori di paesaggio, soprattutto nell'Inghilterra del Settecento, dove il suo nome divenne quasi sinonimo del concetto stesso di paesaggio «pittoresco» e sublime, categorie estetiche che gli scrittori inglesi del secolo successivo avrebbero elaborato proprio prendendo le sue opere come riferimento.
Napoli resta comunque un riferimento costante nella sua formazione e nella sua produzione, anche dopo il trasferimento definitivo a Roma e poi a Firenze: la sua educazione visiva iniziale, il rapporto con il paesaggio vulcanico e mutevole dei Campi Flegrei, l'ambiente artistico ribollente della città natale negli anni della sua giovinezza, restano elementi riconoscibili in tutta la sua produzione successiva, anche quella realizzata lontano dalla Campania.
Morì a Roma nel 1673, lasciando un'eredità artistica che, diversamente da molti contemporanei napoletani più legati alla committenza religiosa tradizionale, ebbe un impatto particolarmente duraturo sulla storia del gusto europeo: il termine inglese «picturesque», concetto estetico fondamentale per l'arte e la letteratura di viaggio dei secoli successivi, deve moltissimo proprio alla riscoperta e all'ammirazione per i suoi paesaggi drammatici tra i collezionisti e i viaggiatori del Grand Tour.
Sue opere sono conservate in diversi musei internazionali, e a Napoli il suo nome resta legato soprattutto alla memoria di un temperamento artistico che seppe anticipare, con un secolo di anticipo, sensibilità estetiche che sarebbero diventate dominanti solo molto più tardi — un'ulteriore dimostrazione di quanto la scuola pittorica napoletana del Seicento, nel suo complesso, sia stata capace di produrre non solo grandi tecnici ma anche visioni artistiche autenticamente originali e in anticipo sui tempi.