Come nacque, chi la parlava e cosa significano le sue parole più note.
C'è una lingua che si è parlata a Napoli per generazioni senza che quasi nessuno, fuori da chi la usava, se ne accorgesse davvero. Si chiama parlesia — a volte scritta «parlesia» o «parlesìa» — ed è un gergo criptato nato all'interno di una delle comunità più originali e meno raccontate della storia cittadina: quella dei femminielli, figure di identità di genere non binaria riconosciute e in larga parte accolte dalla cultura popolare napoletana fin da epoche remote, ben prima che il resto d'Italia avesse anche solo un vocabolario per parlarne.
La parlesia nacque come lingua di comunità e di protezione: un modo per parlare apertamente in mezzo alla folla — nei vicoli, nei teatri di varietà, nei mercati — senza essere compresi da chi era estraneo al gruppo. Come accade per molti gerghi criptati sviluppati da comunità marginalizzate nella storia (il Polari inglese, nato in contesti simili tra artisti di strada e comunità queer britanniche, ne è il parallelo più noto), la parlesia univa la necessità pratica di comunicare in codice alla costruzione di un'identità condivisa, di un senso di appartenenza che la lingua stessa contribuiva a rafforzare.
Dal punto di vista linguistico, la parlesia è un impasto affascinante: la base è il napoletano stradale, arricchito da prestiti dallo spagnolo — eredità della lunga dominazione vicereale — da termini di origine gitana e rom, assorbiti attraverso il contatto secolare con le comunità di artisti girovaghi e giostrai, e da invenzioni pure, parole coniate all'interno della comunità stessa senza un'origine esterna identificabile. Questo mix rende la parlesia un caso di studio prezioso per i linguisti interessati ai gerghi in contatto, un fenomeno di creatività linguistica popolare che raramente trova spazio nei libri di grammatica.
Il mondo dello spettacolo popolare napoletano — il teatro di varietà, la sceneggiata, i caffè concerto di inizio Novecento — fu il principale canale di diffusione e sopravvivenza della parlesia oltre la comunità dei femminielli in senso stretto: artisti, sciantose, comici e musicisti di strada la adottarono in parte come linguaggio professionale condiviso, un modo per scambiarsi informazioni sul pubblico, sul cachet, sulle difficoltà della serata senza che gli spettatori capissero. Da qui alcuni termini filtrarono nel napoletano colloquiale più ampio, perdendo la connotazione originaria di codice segreto e diventando semplicemente slang cittadino.
Va detto con chiarezza, anche per rispetto della sua origine, che la parlesia non è mai stata codificata in un dizionario ufficiale: è una tradizione orale, tramandata di persona in persona, con variazioni geografiche e generazionali significative anche all'interno della stessa Napoli. Questo significa che qualunque raccolta di termini — compresa quella che trovi qui sotto — è per definizione parziale e non può avere la pretesa di essere «completa» nel senso in cui lo sarebbe un vocabolario standardizzato: è piuttosto una selezione dei termini più citati e documentati nelle fonti storiche, giornalistiche e negli studi dedicati a questa tradizione.
Negli ultimi decenni la parlesia ha vissuto un destino simile a quello di molti gerghi di comunità minoritarie: un progressivo declino nell'uso quotidiano, mano a mano che le condizioni sociali che ne avevano reso necessaria l'esistenza — la clandestinità, la necessità di proteggersi — sono in parte cambiate, accompagnato però da un interesse culturale e accademico crescente, con studiosi, documentaristi e appassionati che negli ultimi anni hanno lavorato per raccogliere e preservare questa eredità linguistica prima che scomparisse del tutto insieme a chi la parlava.
Raccontare la parlesia oggi significa raccontare un pezzo di storia sociale napoletana che va ben oltre la curiosità linguistica: è la storia di una comunità che seppe costruirsi uno spazio di libertà e di espressione dentro una società spesso ostile, usando lo strumento più immediato e portatile a disposizione — la lingua stessa — per crearsi un rifugio condiviso in mezzo alla città.
Selezione dei termini più documentati nelle fonti storiche e giornalistiche sulla parlesia — non un dizionario esaustivo, che per la natura orale di questa tradizione non è mai esistito.